Vincitore del premio “Un Certain Regard” per la migliore sceneggiatura a Cannes 2018 e patrocinato da Amnesty International Italia, Sofia di Meryem Benm’Barerek sarà ufficialmente nelle sale italiane dal prossimo 14 marzo.

Il primo lungometraggio della giovane e brillante regista marocchina prende le mosse dall’articolo 490 del codice penale del suo paese di origine in base al quale è prevista la reclusione per chi intrattiene rapporti sessuali al di fuori del matrimonio; una legge antica ma ancora molto attuale, blindata sotto le severe e ancestrali consuetudini del patriarcato più intransigente, altro aspetto fondamentale analizzato nel film. Una spada di Damocle che riguarda l’intera società e che, soprattutto, per le classi più disagiate ha delle conseguenze disastrose: aborti clandestini, bambini partoriti di nascosto e abbandonati in strada, donne maltrattate e lasciate a se stesse, nonché un sistema sanitario che rischia il collasso e una continua diseducazione alla contraccezione e alla crescita culturale dei giovani e dell’intera nazione.

Sofia (Maha Alemi) è una giovane di 20 anni che vive al centro di Casablanca con i propri genitori (Nadia Niazi e Fauozi Benisaidi), capitale economica del paese dove il divario sociale tra ricchi e poveri che si traduce in chi ha un grado culturale più elevato e consapevole e chi, invece, è costretto a vivere dentro la sfera dell’ignoranza, è veramente elevato. E’ una ragazza introversa, non sembra nutrire grandi passioni e curiosità, parla male il francese ed è disoccupata. Durante un pranzo di famiglia nel quale sono presenti anche la zia Leila (Lubna Azabal) e sua cugina Lena (Sarah Perles), sua coetanea molto intraprendente e specializzanda in oncologia, avverte dei forti dolori alla pancia.

La cugina si accorge immediatamente che, nonostante il suo diniego di gravidanza, Sofia è incinta e che sta per dare alla luce un bambino; trovata una scusa con la famiglia, la porta in ospedale e, grazie alle sue conoscenze, riesce a farla partorire, eludendo i controlli richiesti all’accettazione che impongono l’esibizione della carta d’identità per verificare lo stato civile delle partorienti.

Il problema, però resta: la creatura è nata al di fuori del matrimonio e la ragazza ha meno di 24 ore per trovare il padre e riparare il grosso guaio legale in cui sta per cacciarsi. Uscite dall’ospedale, le due ragazze si incamminano nella notte nel quartiere popolare di Derb Sultan dove vive Omar (Hamza Khafif) indicato da Sofia come il padre della bambina appena nata. Nel frattempo la sua famiglia di origine scopre tutto e allo sbigottimento per l’accaduto si somma il senso di vergogna e di rabbia perché Omar appartiene a una classe meno agiata della sua; tra l’altro il padre della ragazza sta per chiudere un’importante trattativa per diventare imprenditore e non può permettersi scandali compromettenti. Si trovano, quindi, tutti invischiati in una situazione molto delicata da risolvere, dove lo sguardo su concentra più sulle apparenze da salvare che sui sentimenti e ambizioni delle singole persone. A nulla vale il rifiuto di Omar di sposare la ragazza che asserisce di conoscere appena, grande vittima sacrificale di tutta la storia che non ha mai diritto di replica. Si è ritrovato a essere capofamiglia a causa della morte del padre ma è ancora un ragazzo e non riesce ad assumersi le proprie responsabilità. Sua madre intravede in questo matrimonio una grande opportunità di riscatto e di sollievo economico per lui e per la sua famiglia.

Nel suo complesso la regista analizza anche la questione dell’uomo, non solo della donna, costretto a provvedere alle necessità dei suoi cari soprattutto se proviene dalle classi popolari: il patriarcato in Marocco colpisce e tocca tutti ed è “una questione molto complessa” perché il potere decisionista nella sfera pubblica è appannaggio degli uomini ma in quella casalinga appartiene alle donne; le quali fanno e disfano per cercare di trovare la migliore opportunità della loro vita per poter sopravvivere, anche a discapito di tutto il resto.

Sofia è un piccolo grande capolavoro, asciutto, diretto, scevro da sentimentalismi, che parte da un’ambientazione marocchina e dà una lettura universale sulle diseguaglianze delle classi sociali che in diversa misura coinvolgono tutto il mondo.

In occasione dell’anteprima romana del film abbiamo intervistato la regista Meryem Benm’Barek, ecco che cosa ci ha detto: