Nella lingua latina “fortuna” è una vox media: non ha un significato univoco ma assume una connotazione positiva o negativa a seconda del contesto in cui è inserita. Semplicemente significa “caso” e sta a noi dare agli avvenimenti fortuiti che capitano nella nostra vita una direzione che determina o meno la nostra buona sorte. Se ci pensiamo non c’è niente di più democratico e di superiore nell’antico concetto romano contenuto in questo termine, talmente tanto che alla Dea Fortuna è dedicato un antico santuario nella città di Praeneste, ora Palestrina in provincia di Roma. Proprio partendo da qui, da questo luogo magico e assai caro a Ferzan Ozptetek che prende vita la sua ultima creatura – da cui anche il titolo – in sala dal 19 dicembre e distribuita dalla Warner Bros Entertainment Italia.

Questa volta il regista si addentra in una storia d’amore che ancora non aveva mai narrato e che prende le mosse da un fatto vero, così come dichiara nei titoli di testa, inchiodando dentro e attraverso i frequenti primissimi piani della camera, il momento in cui la passione si è affievolita da tempo e il sentimento che lega i protagonisti ha cambiato faccia. Una situazione molto frequente in parecchie coppie che stanno insieme da molti anni e che, come dichiara il regista, va al di là degli orientamenti sessuali. A incarnare questo amore stanco, trascinato ma quasi fraterno per quanto indissolubile sono Arturo (Stefano Accorsi) e Alessandro (Edoardo Leo): due persone agli antipodi per carattere e per formazione che stanno insieme da oltre 15 anni. A interrompere la loro quotidianità è l’improvviso arrivo di Annamaria (Jasmine Trinca) con i suoi due bambini, Martina (Sara Ciocca) e Alessandro (Edoardo Brandi) che sono lasciati in custodia per qualche giorno alla storica coppia di amici. Tale fatalità, che sconvolge le vite di tutti, è quel tocco della fortuna che porta un cambiamento di direzione alla loro stanca routine che li porterà a una decisione spregiudicata così come lo è l’amore e le sue mille nuance tra cui anche quello genitoriale.

Un antico proverbio recita che i figli appartengono a chi li cresce non a chi li genera e tale sentimento non è solo il frutto di un mero atto sessuale ma un percorso basato su impegno, cuore, etica, maturità e senso di responsabilità verso chi dipende in tutto e per tutto da noi; tra cui anche la paura di fallire e di non farcela. Come sempre nei film del regista turco non viene meno l’elemento di forte coralità, quasi fosse il suo marchio di fabbrica, dato da splendide tavole imbandite e dalla prossimità fisica degli altri interpreti, tra cui l’immancabile Serra Ylmaz che interpreta Esra e il felice ritorno di Filippo Nigro nei panni di Filippo. Insieme a tutti gli altri attori del cast, danzano e si stringono intorno ai protagonisti principali nei momenti più difficili e bui come fossero i membri di un’unica, grande famiglia: soprattutto quella che si sceglie, un po’ per caso e un po’ per fortuna.