Non deve essere molto difficile immaginare la festa per gli 80 anni di Woody Allen: tanta musica jazz, un numero di invitati non eccessivo (data la misantropia conclamata del festeggiato), un momento in cui Allen si mette a suonare il clarinetto magari supportato da una band e qualche convenevole di rito pronunciato a malincuore.

Non è di sicuro cosa facile ripercorrere la carriera di uno degli autori più longevi della storia del cinema, almeno a livello mainstream, che praticamente dal suo esordio risalente al 1969, Prendi i soldi e scappa, veleggia all’incredibile ritmo di un film all’anno, anche per tenersi impegnato e sfuggire così al demone della depressione che lo stringe da molto tempo.

Amato da coloro che apprezzano il suo umorismo intriso di storielle ebraiche, filosofia e pessimismo (per quanto sotto sotto si nasconda un malcelato amore per la vita), disprezzato da chi lo accusa di essere sempre uguale a se stesso e di celebre uno stile di vita alto borghese ormai scomparso, Woody Allen ha proseguito dritto per la sua strada per oltre 40 anni.

I suoi fan attendono di rivederlo nella serie televisiva che ha accettato di realizzare per Amazon e in merito alla quale ha detto, forse scherzosamente, di non avere la più pallida idea del funzionamento della narrazione seriale, ma in Italia deve ancora uscire il suo ultimo film Irrational Man, che farà il suo debutto nelle sale il 16 dicembre, in tempo per Natale.

Dalla metà degli anni 2000 Allen è ormai automaticamente collegato al suo giro cinematografico per l’Europa, partito con Match Point ambientato a Londra per poi passare a Vicky Cristina Barcelona, Midnight in Paris, To Rome with Love e Magic in the Moonlight sulla Costa Azzurra. Nel mezzo ci sono state pellicole “spurie” come Basta che funzioni, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni e Blue Jasmine: una pletora di film, come è lecito aspettarsi dalla prolifica vena artistica del regista, dalla qualità abbastanza altalenante che ha diviso sia critica che pubblico.

Ma Allen è abituato a disattendere le aspettative, dato che tutta la sua carriera è stata segnata da scarti e ritorni improvvisi e imprevisti: se al debutto i suoi film erano descritti come esempi di demenzialità colta (Il dittatore dello stato libero di Bananas, Il dormiglione e via dicendo), si è poi dovuta riconoscere l’originalità assoluto di un artista che passava dalla citazione dei classici russi di Amore e guerra all’elegia di New York di Manhattan, passando per riferimenti shakesperiani come Una commedia sexy in una notte di mezza estate, per non parlare di tutta la sua vena bergmaniana (essendo Ingmar uno dei suoi punti di riferimento) facilmente riconoscibile in opere come Interiors, Settembre, Mariti e mogli, Un’altra donna, Alice e così via.

Meno immediato definire gli anni ’90 cinematografici di Woody Allen, di sicuro tra i meno citati anche dagli estimatori, in cui a film poco riusciti come La dea dell’amore e Celebrity si affiancano opere di decostruzione e riflessione quali Harry a pezzi, Hollywood Ending e La maledizione dello scorpione di giada. Ma nel corso del tempo l’autore è riuscito a farsi perdonare varie volte, tornando sempre alla carica, salvato dall’ammirazione di attori che fanno a gara per recitare nelle sue pellicole e dal sostegno di produttori che continuano a credere in lui. E in fondo un film all’anno non è mai abbastanza, quando la risata è così intelligente.