E voi, l’amate o l’odiate? Stiamo parlando di Allan Stewart Königsberg, nome d’arte Woody Allen, il raffinato e celebrale regista e sceneggiatore di New York, autore di alcune fra le pietre miliari della storia del cinema. Considerato “il più europeo” fra i registi americani, sia per le tematiche trattate, sia per il successo che da sempre riscuote anche al di fuori degli Stati Uniti, Allen è riuscito come pochi a indagare la natura umana, le sue nevrosi, le sue aspirazioni, i suoi bisogni. La sua musa è sempre stata la Grande Mela, la sua città, di cui ha esaltato la bellezza e ha criticato la borghesia e gli ambienti a lui più vicini, come quello della comunità ebraica. Ma il genio della risata è stato continuamente ispirato anche dalle sue compagne cui ha riservato ruoli da protagonista nelle sue commedie, da Diane Keaton a Mia Farrow, senza dimenticare Louise Lasser e Harlene Rosen, chiamata dall’ex marito “la terribile signora Allen”.

Tantissimi i suoi film e molto difficile dire quali siano i più belli: ecco certamente i nostri preferiti.

Io e Annie (1977)

Alvy: “Hai da fare venerdì sera?”

Annie: “Oh, beh, no”.

Alvy: “Oh, scusa, aspetta… ho da fare io. Cosa fai sabato sera?”

Annie: “Oh, no, niente io…”

Alvy: “Stai andando a ruba a quanto sento”.

Annie: “Lo so…”

Alvy: “Hai un principio di lebbra?”

Questo è solo uno degli esilaranti dialoghi fra Alvy Singer (Woody Allen), noto umorista e gagman televisivo, e Annie Hall (Diane Keaton), intellettuale affermata. I due, legati da molti interessi in comune, si innamorano profondamente, ma ben presto il loro rapporto viene minato dalle nevrosi che affliggono entrambi. Il film frutta ad Allen tre premi Oscar nel 1978, miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale, mentre Diane Keaton -sua compagna dell’epoca- vincerà l’ambita statuetta come miglior attrice protagonista. Tutto il film è un tributo alla Keaton, a partire dai nomi dei personaggi. Annie Hall, la protagonista, ha il nome con cui Allen chiamava la compagna; inoltre il vero cognome della Keaton è appunto Hall. I due lavoreranno insieme anche dopo la fine della loro relazione, girando numerosi film fra cui Radio Days (1987) e Misterioso omicidio a Manhattan (1993). Summa della commedia americana degli anni Settanta, Io e Annie è amaro, ma al tempo stesso divertentissimo: pieno di spunti autobiografici, sorprende per i dialoghi serrati, la mimica goffa dei personaggi, i riferimenti di costume dell’epoca (famosa la scena simultanea dei due psicanalisti) e i deliri linguistici della coppia (“Sei una policaliente epiteliale… ti stramo, ti bramo, ti adamo” dice Alvy a Annie dichiarandosi).

Manhattan (1979)

“New York era la sua città e lo sarebbe sempre stata”: con questa dichiarazione d’amore nei confronti della Grande Mela, sulle note di Gershwin, si apre Manhattan, commedia crepuscolare e nevrotica che sbanca i botteghini di tutto il mondo nel 1979. Allen interpreta uno scrittore comico, Isaac Davis, lasciato dalla seconda moglie (Meryl Streep) per un’altra donna (Karen Ludwig). Isaac rifiuta l’amore della giovanissima Tracy (Mariel Hemingway) e intreccia una relazione con l’amante del suo migliore amico, l’infelice Mary (Diane Keaton). Ma poi, mentre stila una lista delle cose per cui vale la pena di vivere, lo scrittore inserisce fra Groucho Marx, Joe di Maggio, L’educazione sentimentale di Flaubert, le incredibili mele e pere dipinte da Cezanne e i granchi da Sam Wo anche il volto di Tracy. Riuscirà a fermarla, prima che parta per l’Europa?

Da bambino cresciuto a Brooklyn, Allen sognava Manhattan. La visione romantica della città che ritroviamo in tanti suoi film ha quindi origini lontane e Allen tenta di trasmetterci la sua infatuazione per New York raccontandocela attraverso la musica, i locali notturni, gli scorci noti e quelli dimenticati. Convinto che il bianco e nero sia ideale per catturare l’essenza della Metropoli, Allen affida la fotografia a Gordon Willis e cerca di restituirci l’istantanea di una città perennemente sulla breccia anche attraverso la borghesia intellettuale della città fatta di scrittori, professori, registi benestanti tutti tormentati dalla mancanza di certezze. “Voi amate una donna. È un’alcolizzata, poi vi lascia. Ma voi non potete fare a meno di amarla! È semplicissimo: adoro questa città!” dirà Allen in un’intervista per spiegare il suo rapporto con New York, una metropoli che corteggia, mette su un piedistallo, a volte critica, ma che non arriva mai a odiare.

Broadway Danny Rose (1984)

Allen è Danny Rose, un agente teatrale ebreo particolarmente sfortunato: patrocina, infatti, artisti bislacchi e irrimediabilmente falliti, fra cui un ventriloquo balbuziente e una ballerina di tip tap senza una gamba. I pochi che fanno fortuna, lo abbandonano. Una sera Danny rischia la vita pur di portare a un concerto Tina (Mia Farrow), amante del suo cliente Lou Canova (Nick Apollo Forte), ma, nonostante questo, viene licenziato per un altro impresario. Incentrato sui sensi di colpa, la redenzione, la lotta fra Bene e Male, Broadway Danny Rose è un film sugli equivoci che, nonostante le risate, ci regala un ritratto quantomai desolante di Hollywood.

Match Point (2005)

Dopo Crimini e misfatti e Ombre nella nebbia, Allen torna a trattare della amoralità della società moderna e della mancanza di castigo e giustizia, raccontando la storia di Chris (Jonathan Rhys Meyers), uno spiantato maestro di tennis che decide di scalare la società della Londra bene corteggiando e poi sposando Cloe (Emily Mortimer), l’anonima figlia di un ricco uomo d’affari. Nel mentre, però, è fatalmente attratto da Nola (Scarlett Johannson), la sensuale fidanzata di Tom (Matthew Goode), il fratello di Cloe: i due diventano amanti e la situazione diventa drammatica quando la donna svela a Chris di essere incinta. Il film coniuga una grande eleganza formale e una grande lucidità nel sottolineare il cinismo di oggi e le grandi differenze fra classi. Una, la scena “alla Allen”: quella in cui Nola incontra Chris in un museo e gli dà il suo lunghissimo numero di telefono, che lui riesce incredibilmente a memorizzare.

Rilettura moderna di Delitto e castigo, il film è stato un successo anche al botteghino. Celebre l’incipit: “Chi disse ‘Preferisco avere fortuna che talento’, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita: terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre, e allora si vince. Oppure no, e allora si perde”.

Blue Jasmine (2013)

Blue Jasmine è il film più angosciante e cupo di Woody Allen, con un finale disperato che non ha eguali nella filmografia del regista di New York. Cate Blanchett interpreta Jasmine, una donna elegante e mondana che, di fronte al fallimento del suo matrimonio e all’arresto del marito (Alec Baldwin) per bancarotta, si trasferisce a San Francisco, nel modesto appartamento della sorella Ginger (Sally Hawkins). Sotto l’effetto di farmaci e antidepressivi, Jasmine tenta di riprendere in mano la sua vita. Mal sopportando la sorella e il suo fidanzato Chili (Bobby Cannavale) che considera un perdente, Jasmine cerca di intraprendere la carriera di arredatrice mentre viene corteggiata da un diplomatico infatuato del suo charme, Dwight (Peter Sarsgaard).

Questi sono i nostri preferiti, ma lo stesso Allen in una intervista, oltre a Match Point, ha dichiarato di salvare solo altri 5 film della sua produzione: La rosa porpurea del Cairo, Mariti e mogli, Pallottole su Broadway e Vicky Cristina Barcellona.