Le storie a fumetti su Wonder Woman furono pubblicate per la prima volta durante la Seconda Guerra Mondiale, ma dopo una fortunata serie tv oramai vintage, il primo film sulla supereroina più amata di sempre si svolge al culmine della Grande Guerra, nel 1918. Tutto ha inizio con il flashback di un’elegante Diana ai giorni nostri, quando riceve nel suo studio, al Louvre, una vecchia foto sviluppata a collodio umido che la ritrae con dei soldati al fronte. Seguiamo crescita e addestramento della piccola principessa amazzone nella remota isola di Themyscira, luogo ignoto ad Ares, dio della guerra e prima minaccia per le Amazzoni e il mondo conosciuto. Da bambina diventa donna Diana, anzi Gal Gadot. Attrice guerriera tenace ma delicata. Non muscolare ma decisa e incrollabile, sicuramente la prima forza di questo blockbuster targato DC Cinematic Universe. L’arrivo di una spia inglese con la faccia da schiaffi di un Chris Pine inseguito dai tedeschi sconvolge l’idillio millenario, e da qui inizierà l’avventura di Diana nel mondo degli uomini.

Con Patty Jenkins alla regia possiamo finalmente dire che il cinecomic è donna. I combattimenti vengono proposti con dei rallenty molto sinuosi che ben caratterizzano l’azione tra spade, proiettili e scudi, pur smussandone non poco i tratti più violenti. L’effetto luminoso del Lazo di Estia si fonde con ironia innocente alla facoltà di far dire la verità a chi ne è avvinto, e anche il concept sulla costumistica segna punti. Quella di mettere a confronto Diana con il look “in borghese” delle suffragette dell’epoca è stata la giusta idea per un buon contrasto tra tenute semiadamitiche delle Amazzoni e abiti severamente accollati dell’epoca. D’altra parte tante scene risultano trascinate nel minutaggio ma soprattutto verbose, con dialoghi annacquati e qualche scelta di battute clou piuttosto ingenue. Si può parlare di pace e d’amore anche senza troppe frasi fatte. Forse il motivo risiede nella ricerca di un pubblico femminile e giovanissimo. Sarà il vero blockbuster del girlpower? In Italia arriva il primo giugno, ma negli Usa, con un budget di soli 130 milioni di dollari sta viaggiando verso i 100, che supererà nel primo weekend, mentre le previsioni già azzardano su un totale di 300 milioni.

Un amore quasi casto inserito a mo’ di melodrammone all’interno di un film di guerra con supereroina portatrice di speranza è il vessillo con il quale la Warner Bros vorrebbe proporre il suo personaggio più solare in un mondo DC che sembra aver preso consistenti pieghe dark. La Jankins dirige con cura e spettacolarità, pur senza toccare alte vette. Il suo lavoro precedente era Monster, crudo film verità sulla serial killer interpretata da una Charlize Theron deformata e vincitrice di un Oscar. Certo, la Londra d’inizio secolo in Wonder Woman somiglia tremendamente a quella di Sherlock Holmes di Guy Ritchie. Stessa major, stessi studios, ma il nuovo target, le giovanissime teenagers, non dovrebbero accorgersene. Tutt’al più quando cresceranno magari recupereranno la saga di scazzottate di Holmes e Watson per similiarità.

Tra la solita gallery di location in luoghi reali tra Londra, Parigi e non solo, spicca un fiabesco potpurri digitale tra Ravello, Camerota, Palinuro e Castel del Monte. Coste e borghi di casa nostra sono stati utilizzati per creare l’isola di Themyscira, casa natale di Diana. Ma non sforzatevi di riconoscere castate e faraglioni, perché sono stati creati in postproduzione. Tutto il resto è fronte. Si va in guerra con un manipolo di mercenari che ricordano tanto i Bastardi di Tarantino. Un rubacuori marocchino, un indiano senza patria, e poi un Ewen Bemner di trainspotteriana memoria che sembra portare il suo Spud sulle linee nemiche. Ma questa volta lo scozzese è in kilt, si nutre di whisky per combattere i suoi fantasmi, e come cecchino non sbaglia un colpo. Tutti insieme, ingaggiati dalla spia Chris Pine, diventeranno i burberi scagnozzi dal cuore d’oro di Diana, la Wonder Woman migliore di sempre in un film che non arriva alla sua altezza.