In uscita il 19 maggio nelle sale italiane, Whiskey Tango Foxtrot ci porta alla scoperta della vita dei corrispondenti di guerra attraverso la (più che libera) trasposizione del libro autobiografico della giornalista Kim Barker, The Taliban Shuffle, nella quale si raccontano i suoi anni trascorsi tra Afghanistan e Pakistan.

Ed è proprio l’ambientazione il primo dettaglio a venire leggermente modificato nel film, che si concentra esclusivamente sui fatti avvenuti in Afghanistan, preferendo ignorare “la grande cipolla del Pakistan”, come la descrive lo sceneggiatore Robert Carlock, sodale della protagonista Tina Fey, con la quale ha scritto sia Unbreakable Kimmy Schmidt che 30 Rock, per non parlare dei molti sketch del Saturday Night Live.

Per quanto l’attrice sia al centro della pellicola si sbaglierebbe però a ritenere Whiskey Tango Foxtrot un vanity project dell’interprete, che veste i panni di una versione riveduta e condensata della reporter di guerra (che da Barker diventa Baker). Il film – il cui titolo è un gioco di parola che usa le classiche denominazioni militari per indicare l’ormai abusatissima formula WTF – è infatti un equilibrato mix di commedia e dramma (con una certa preponderanza di quest’ultima nella seconda parte) come da consuetudine sempre più frequente a Hollywood.

Non a caso alla regia è stata chiamata una coppia di autori che si è guadagnata una solida reputazione nel filone, se così possiamo chiamarlo: stiamo parlando di John Requa e Glen Ficarra, già dietro la macchina da presa di I Love You Philip Morris, Crazy, Stupid, Love, Focus e sceneggiatori di Babbo bastardo.

Al centro del film la svolta che la giornalista Kim Barker, specializzata nella piatta cronaca nazionale, decide all’improvviso di imprimere alla propria carriera: disamorata della propria condizione di borghese fin troppo annoiata e abitudinaria, decide di accettare un incarico che la porterà a volare fino a Kabul per documentare la situazione delle truppe americane al fronte e le condizione della popolazione in seguito alla guerra scoppiata dopo l’11 settembre. L’impegno temporaneo che sarebbe dovuto durare tre mesi si trasforma in un’avventura lunga tre anni.

La Fey azzecca probabilmente quello che è il suo ruolo migliore portando in scena una donna che per quanto inizialmente spaesata e inadatta a una situazione difficile come quella dell’Afghanistan si presenta come un personaggio dotato di molteplici sfumature che ne fanno una donna sicura e determinata ma anche dotata di tante fragilità, tutt’altro che la classica donzella in difficoltà.

Ad affiancare Tina Fey c’è un quartetto di attori piuttosto affiatato composto da Margot Robbie, l’amica-rivale reporter Tanya Vanderpoel, Martin Freeman, fotografo scozzese con il quale Kim ha una relazione, Alfred Molina nei panni di Ali Massoud Sadiq, un politico locale che si prende una sbandata per la protagonista, e Billy Bob Thornton in uno dei suoi tipici ritratti di uomini duri e puri con qualche tocco comico, in questo caso un colonnello dei marine.

La pellicola, che naturalmente non è stata girata in Afghanistan, ma in un New Mexico piuttosto fedele all’immaginario tradizionale della regione (più alcune riprese sui luoghi in cui si svolgono gli eventi), è incentrata principalmente su quello scollamento – definito la Kabolla – per la quale nelle zone di guerre ogni evento quotidiano assume contorni surreali e assurdi, sia nel bene che nel male, a cavallo tra sano shock culturale e orrore per la tragedia della guerra.

Durante la visione del film, costruito come una serie di episodi solo apparentemente slegati, ogni tanto è facile chiedersi se in fondo non venga concesso troppo spazio a una serie di problemi da Primo Mondo (crisi sentimentali, ambizione e carrierismo smodato), ma d’altro canto quella di Whiskey Tango Foxtrot è la storia della Baker e della sua crescita personale, e non della guerra in Afghanistan.

Certo, si potrebbe considerare il tutto come un ennesimo esempio di colonialismo culturale (d’altro canto non esiste una visione politica netta, se si esclude uno generico sguardo empatico verso le difficoltà della popolazione e dei soldati americani), ma l’atteggiamento con il quale gli autori si avvicinano a una materia delicata come questa è di rispetto, che però non impedisce qualche risata, in fondo comprensibile meccanismo di difesa dei protagonisti. Insomma, Whiskey Tango Foxtrot è una piacevole sorpresa che si smarca dall’ombra del cinema impegnato senza però rinunciare a un realismo più che apprezzabile visto il genere a cui appartiene e gli obiettivi che si pone.