Reboot di un vecchio e classicissimo franchise, Il Pianeta delle Scimmie in versione terzo millennio ha completato la nuova trilogia. Dopo le uscite di scena di James Franco nel primo episodio e Gary Oldman nel secondo, le scimmie cercano di sopravvivere difendendosi dagli attacchi dei pochi uomini rimasti. Cesare vorrebbe la pace, ma la sua saggezza viene messa duramente alla prova da due gravissime perdite. Dall’altra parte, il nuovo nemico è un colonnello con la testa lucida di Woody Harrleson.

In uscita il 13 luglio in Italia e il 14 negli Usa, questo lungo racconto di guerra e pace tramontata segna una definitiva consacrazione nella categoria dei grandi attori di un outsider chiamato Andy Serkis. Poco conosciuto il suo volto perché la sua celebrità è esplosa per ruoli in CGI, precedendolo per le interpretazioni di Gollum nel Signore degli Anelli e Snoke in Star Wars insieme a quella di cesare fin dai primi passi dello scimpanzé evoluto. Ma stavolta il lavoro fatto per The War – Il Pianeta delle Scimmie è di gran lunga superiore alle sue scorse performance. Merito di un personaggio, Cesare, che vive bilanciando emozioni fortissime e contrastanti: l’amore per gli esseri umani, che gli hanno insegnato ad essere ciò che è, ma anche il dolore, la paura e poi il disprezzo per una specie che vuole distruggere la sua, quella delle scimmie. Ambientato in una specie di campo di lavoro forzato per scimmie il film parla di sterminio, compassione, vendetta, risolutezza delle scelte e diversità. Tutto passa dalla faccia di Cesare/Serkis e si specchia nel grugno di Harrelson, il colonnello che scimmiotta in forma e sostanza il Kurtz di Marlon Brando. Tanto che un graffito tra le gallerie sotto il camp citerà “Apes Apocalypse Now”.

Il ritmo da film di guerra non è dato tanto dalla concitazione sul fronte, ma si fa strategia, narrazione, dialogo e scontro tra personaggi. La regia di Matt Reeves cerca la potenza della natura, delle foreste e dello spirito scimmiesco, si scava ancora più profondamente che nei film precedenti nel sentire dei primati. Questo non vuol dire che sia un film privo di azione, anzi. La spettacolarità c’è, e anche piacevolmente sporcata da un realismo d’immagine crudo che annienta ogni ipotesi glamour per gli attori umani. Però su una estenuante durata che supera le due ore, spesso diluite con sentimentalismo scimmiesco, questo bel giocattolone a volte tocca buoni livelli drammaturgici, altre si trascina. Dalla zona più mielosa del film viene fuori una dodicenne con il carisma di una piccola Uma Thurman: Amiah Miller. Fronte bianca e occhi blu, interpreta una bambina orfana. Ha smesso di parlare per via della mutazione del virus che ha sta sterminando la razza umana, ma Cesare la prende con sé pur tenendosi nel cuore un grande peso che la riguarda.

Tra un gorilla traditore, l’inseparabile orango consigliere, il fantasma del bonobo Koba che perseguita la coscienza di Cesare e al folto gruppo di scimmie senzienti che circonda il loro capo si aggiunge Bad Ape, un minuto scimpanzé anziano, pauroso e a suo modo molto saggio, che strapperà più di un sorriso con le sue reazioni teatrali. Nuovi grandi passi avanti sono stati fatti dalla Weta, compagnia di effetti speciali che cura il franchise. Compreso il cosidetto Campo Scimmie, popolato di comparse addestrate a muoversi come primati, mantenendo le tute a sensori che li hanno trasformati.