Tra i più grandi in assoluto nel cinema italiano, in grado di primeggiare tanto in ambito comico quanto in quello drammatico, straordinario come attore così come fondamentale quale regista, Vittorio De Sica, nato il 7 luglio del 1901, riassumeva in sé una contraddizione solo apparente risolta in modo felicissimo.

Dopo una gavetta sul palcoscenico di tanti teatri italiani l’attore di Sora fece rapidamente carriera anche nel mondo della settima arte, in cui divenne uno degli interpreti più richiesti.

Fondamentale la partecipazione alle commedie di Mario Camerini (tra cui la bellissima Gli uomini, che mascalzoni… in cui intonava anche la canzone Parlami d’amore Marilù, essendo il canto un altro dei suoi molteplici talenti), nonché l’amicizia con lo sceneggiatore Cesare Zavattini, con cui avrebbe collaborato per alcune delle pellicole più importanti del neorealismo.

La stessa carriera registica di Vittorio De Sica vive di quella felice altalena tra registro leggero e impegno civile, come testimoniano i suoi esordi dietro la macchina da presa. Ma la notorietà internazionale, che lo avrebbe affiancato a giganti quali Roberto Rossellini e Luchino Visconti, avvenne con una serie di opere che sono divenute capisaldi del cinema italiano: I bambini ci guardano, Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Umberto D.

Sono alcuni tra i titoli della vasta produzione del regista, capace di ricreare un’ incredibile adesione istintiva e priva di giudizio sulla realtà, che lo avrebbe persino reso inviso a Giulio Andreotti, il quale avrebbe rivolto una critica seccata allo scarso patriottismo di Umberto D. Ma i quattro premi Oscar vinti negli anni dall’artista italiano (per Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri, oggi e domani e Il giardino dei Finzi-Contini) avrebbero dato ragione a De Sica, per non parlare poi della Palma d’oro vinta a Cannes grazie a Miracolo a Milano.

Impossibile poi non citare la sua collaborazione con Rossellini, che gli affidò il ruolo da protagonista nel suo Il Generale Della Rovere, così come le partecipazioni ad alcuni cult dell’epoca quali Pane amore e fantasia, Il conte Max, L’oro di Napoli,

L’occhio del regista è come uno specchio che riflette l’immagine. I registi, come i poeti, possono avere dentro di sé un riflettore (l’osservazione), e un condensatore (la commozione). Essi cercano la vita, e la ragione che fa esistere la vita. Non ho mai avuto la presunzione di essere un regista”.