Toni Servillo a Venezia, atto primo. L’attore amatissimo da pubblico e addetti ai lavori ha abbandonato per un giorno il set romano del nuovo film di Paolo Sorrentino per andare in laguna in occasione della presentazione di È stato il figlio. Il film vanta la regia di Daniele Ciprì, metà del duo storico Ciprì & Maresco.

La sessantanovesima edizione della Mostra applaude Servillo nel ruolo di Nicola Ciraulo, personaggio folkloristico della periferia di Palermo al centro di storie sanguinose e di affari pericolosi per due soldi in più. Ciraulo/Servillo fa un lavoro strano quanto modesto: smembra rottami di navi. Finché un giorno…

È stato il figlio è la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Roberto Alajmo, portato sul grande schermo da Ciprì per mettere in evidenza la dicotomia tra le due realtà che attraversano il capoluogo siciliano: miseria e nobiltà. Uno spaccato di verismo nei giorno nostri, o meglio, uno spaccato dei giorni nostri raccontato in chiave verista.

Temi quali il consumismo sono trattati in maniera Verghiana. Chi ha letto Mastro Don Gesualdo potrà confermare. Ma Servillo sottolinea anche l’apporto delle opere di Sciascia nel “rileggere” con i suoi occhi (coperti per l’occasione da occhiali fumè) il matriarcato come origine dei comportamenti mafiosi.

Lungi dal cavalcare clichet, Ciprì li combatte sin dai tempi di Cinico Tv, È stato il figlio arriva quasi a divertire il pubblico. Quando si racconta una storia di caratura sociale la riflessione è sempre abbinata a quel tocco di colore che ravviva la trama.