Sarà Veleno di Diego Olivares a chiudere la kermesse dedicata alla Settimana della Critica per Venezia 74. Noi l’abbiamo visto in anteprima e i sentimenti che ne sono venuti fuori non sono positivi. Come la storia che si racconta. Massimiliano Gallo veste gli stivali di gomma e le camicie comode di questo agricoltore campano accerchiato dalle attività più e meno lecite di un giovane avvocato rampante che rappresenta quella Camorra dalla faccia pulita. Un bizzarro eufemismo se pensiamo ai crimini ambientali utilizzando terre coltivate come discariche per rifiuti d’ogni genere, anzi, preferibilmente tossici e difficilmente smaltibili. Sono quelli a valere di più sul mercato. Il faccione da spaccone e finto bravo ragazzo è quello di Salvatore Esposito, con baffetti inediti a cercare un look un po’ diverso dal solito. La via crucis la combatte la moglie del contadino Gallo, una Luisa Ranieri carica di sdegno e sofferenza. Un personaggio che verga con le parole il suo avversario, a testa alta. Ma contro il sopraggiunto tumore del marito quel mondo di natura e raccolti ormai compromessi dai rifiuti chimici finirà di piegarlesi addosso.

Olivares compone uno scacchiere quasi corale di personaggi che c’illustrano l’ennesimo squarcio di un’Italia vergognosa e da curare. La malattia di un contadino assurge a malattia di un territorio, di una società e di un paese intero non meno omertoso dei poveri abitanti minacciati da rappresaglie su case e raccolti. Finora la 74esima Mostra del Cinema di Venezia ci ha mostrato un mosaico di Italie perdenti: la triste e inutile scalata al successo neomelodico di una ragazzina e suo padre con Il cratere; il mercato illegale di neonati partoriti sistematicamente per denari con Una famiglia; la lotta impari di un prete onesto contro un quartiere malavitoso in L’equilibrio; l’ascesa del proletariato criminale romano in borghesia da Mafia Capitale con Il contagio; gli esotismi pugliesi tra accenni di microcriminalità pasticciona e povertà umane di apparati pubblici in La vita in comune. Con Veleno, in uscita al cinema per il 14 settembre, potremmo dire che nella kermesse internazionale più importante il sipario sociale sul nostro paese si sta per chiudere in tristezza. E mai titolo fu più eloquente di Veleno. Parentesi felici sono Gatta Cenerentola e Ammore e Malavita, favola e musicarello che però hanno sempre alla base l’argomento criminale ben localizzato in Campania. Una volta eravamo famosi per il Colosseo, oggi siamo davvero “spaghetti mafia”, visti anche i gourmet-show propinati dalla tv e i marchi dop esportati.

A parte le digressioni sociologiche, il lavoro di Olivares sceglie una fotografia desaturata che ne appiattisce le immagini facendo somigliare l’insieme a ricordi sognanti e lontani. Peccato si tratti di una delle attualità più scalpitanti e necessarie. Nella sostanza il dramma, nonostante racconti una storia vera, non ci segna indelebilmente, non si finalizza nello spietato pugno allo stomaco che poteva essere. Il regista punta il dito lacrimosamente, segue la naturalezza dei fatti, c’invita a impicciarci dei loschi traffici di signorotti locali come il sempre preziosissimo Nando Paone, e gli ingaggi disgraziati di contadini pronti a tradire la loro terra per qualche migliaio di euro iniettandoci tubi di liquami tossici. Parla di sistema malato, panacee pseudo pagane di maghe e fattucchiere a difesa di questi vinti di campagna. Accenna perfino a un caso di pedofilia. Tutto molto emozionante su carta, ma su grande schermo la Ranieri carica e motivatissima per la sua parte e Gallo, attore di razza, vengono sprecati con una serie di trovate che spesso rasentano il banale, nella forma e nella sostanza.