Esordiente notevole a Cannes nel 2014, Sebastiano Riso sbarca al Lido con una storia molto difficile che farà discutere. Un uomo e una donna confinati tra il loro amore carnale e un claustrofobico monolocale del prenestino, quartiere romano, vivono giorno per giorno. Lui più grande d’età, lei bella ma dalla felicità sfiorita, si muovono con meccanicità vinte dalla disperazione. Lui lo interpreta un Patrick Bruel sfuggente e rugoso nell’anima più sul volto. In realtà campano vendendo i loro figli appositamente messi al mondo per forti somme di denaro. Chissà, forse per fuggire via e sbocciare in un amore vero? Ma a quale prezzo per le loro coscienze? Sta di fatto che lo squallore di queste due esistenze complementari verrà messo a soqquadro dalla complicata attesa per il nuovo nascituro.

Dopo aver partecipato anche al primo lavoro di Riso, Più buio di mezzanotte, Micaela Ramazzotti indossa i panni fragili di una madre in affitto. Riesce sempre a colpire nel segno l’attrice quando s’impiglia in questi personaggi sofferenti e borderline, e dopo La pazza gioia sembra aver dato vita a un piccolo filone tutto suo. Nel cast figurano anche Fortunato Cerlino come ginecologo connivente, Ennio Fantastichini e Matilda De Angelis, pedine di uno scacchiere narrativo piuttosto semplice ma funzionale. Sembra un Ultimo tango a Parigi noir quest’opera seconda. Solo che l’estetica tende all’abbrutimento e lo scandalo da carnale si fa sociale sfondando il muro dell’attualità e spesso anche quello del buon gusto, viste alcune scene molto impressionanti. Riso non pratica una regia voyerista, proprio per questo il disgusto e la compassione che si provano per i personaggi sono stimolati con una messa in scena abbastanza spesso in sottrazione.

Quello che inizialmente appare come un cupo tira e molla tra maternità e paternità di questi due character così criptici si schiude pian piano rivelando un panorama di compravendita di neonati. Le gravidanze vissute con silenziosa autodistruzione dal personaggio della Ramazzotti hanno dato vita a un mercato anziché a una famiglia. E così il titolo del film, Una famiglia, diviene come un foglio bianco dove lo spettatore, indirizzato dal regista, aggiungerà gradualmente le sue sensazioni con l’armonico svolgersi della storia. Riso riesce nel farci sapere e capire poco alla volta. Stimola nella maniera più acuminata possibile una riflessione su maternità, adozioni legali o no, e fenomeno dei figli ad ogni costo. La sua esplorazione senza mezzi termini getta in un anfratto tanto indicibile e scomodo quanto sereno e gioioso dovrebbe essere trattare di gravidanze. Alcune volte fa girare persino dall’altra parte. Ci racconta personaggi tratteggiati con la lama, una storia ridotta all’osso su vita che sembra morte svuotata da valori assenti o irraggiungibili. Una donna totalmente vinta contro un aguzzino senza eguali. In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e in uscita il 21 settembre al cinema, Una famiglia tratta un tema molto squallido in maniera estremamente cruda. Chissà se è questo il giusto momento storico per parlare di certi argomenti in modo così spartano e spietato.