Qualcosa sta cambiando nel cinema italiano, e dopo il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot arriva Veloce come il vento a ribadire l’irruenza e financo la necessità di questo mutamento.

Il film di Matteo Rovere, in uscita il 7 aprile nelle sale cinematografiche, ribadisce come le nuove leve dell’industria abbiano assorbito la lezione dei loro colleghi americani, in grado di coniugare intrattenimento, divertimento e profondità senza finire nell’ambito della commedia che il nostro Paese sforna a ripetizione.

Non a caso si cita il nome di Rovere, qui regista, che in veste di produttore durante i David di Donatello del 2014 ha ottenuto dodici candidature a Smetto quando voglio (esempio di crime story all’italiana vagamente ispirata a Breaking Bad), nonché un riconoscimento ai Nastri d’argento come miglior produzione, risultando tra l’altro il vincitore più giovane di sempre.

Segnali importanti, dunque, che riflettono anche come mai Veloce come il vento sia così atteso da un pubblico trasversale, tra cui compaiono anche i giovanissimi, di solito restii a fidarsi dei film italiani. D’altro canto da quanto tempo non si vedeva una pellicola tricolore incentrata sulle corse automobilistiche? Si deve tornare a Velocità massima di Daniele Vicari, risalente al 2002, ma in quel caso le stigma dell’autorialità si facevano sentire più chiaramente.

Rovere invece sceglie di rispettare la tradizione del genere – quella del film sportivo in cui i risultati delle prove agonistiche si riflettono sui rapporti tra i personaggi – dotandosi di una sceneggiatura che rispetta tutti gli snodi tipici. La vicenda è infatti quella della famiglia De Martino, legata da tempo all’ambiente delle gare automobilistiche, la cui ultima speranza è la giovane promessa Giulia.

Questa però si ritrova a dover mandare avanti la baracca da sola quando il padre muore: costretta a vincere il campionato a causa di un accordo stipulato con uno sponsor, pena la perdita della casa, e con il peso della responsabilità del fratellino Nico, Giulia riceve la visita inattesa del fratello Loris, ex campione esiliato dalla famiglia da dieci anni, con gravi problemi di tossicodipendenza. Inaffidabile e scostante, sarà proprio lui con i suoi consigli a permettere alla ragazza di rimettersi in gioco.

Dopo la prima scena di gare è la sequenza del funerale del capofamiglia a definire immediatamente il contesto in cui si muove il film: macchine rombanti al cimitero, emozioni trattenute e poi l’irruzione del Loris, con il carico di disagio irruento che si porta sulle spalle. Sì, perché Veloce come il vento, al netto della componente agonistica, è un film di perdenti, di difficoltà sociali ed economiche e dell’arte dell’arrangiarsi, proprio come lo era Lo chiamavano Jeeg Robot.

Ed è questa attenzione al lato realistico della vicenda che conferisce un sapore speciale alla pellicola di Rovere, che altrimenti potrebbe passare davvero per una copia carbone di tanta filmografia di genere statunitense: l’osservazione di una realtà sfatta, arrancante ma non priva di orgoglio si riflette tanto nella debordante e strepitosa interpretazione di Stefano Accorsi, mai così in parte e mai così accorato, tanto in certe scelte di scenografia, e in particolar modo nella casa dei protagonisti, macilenta ma carica di storia personale.

In particolare Loris e il suo desiderio sommerso di rivalsa sono il cuore pulsante del film e si nota immediatamente quanto Accorsi si sia divertito e impegnato nel dare corpo (invero quel poco che resta) a questo sbandato che una volta fu il “Ballerino”, il campione indiscusso che per un errore ha mollato tutto e ha preferito seppellirsi vivo nella tossicodipendenza. Il personaggio è davvero irresistibile, tanto nei momenti più drammatici che nelle tantissime divagazioni umoristiche. Più defilata resta la Giulia della debuttante Matilde De Angelis, che paga un po’ l’inesperienza per un ruolo che chiede moltissimo al suo interprete; la ragazza però sopperisce con la grinta e non si dimostra inadeguato.

Dove il film invece avrebbe potuto crollare miseramente, ovvero nella rappresentazione delle gare, le soluzioni adottate da Rovere risultano più che adeguate. È evidente come per un’operazione del genere il budget avrebbe dovuto essere molto maggiore, ma lo stile adottato da Rovere – un mix di frenesia e chiarezza delle inquadrature – riescono a restituire la sensazione di velocità e le dinamiche delle corse, cosa per nulla semplice; e in questo aiuta molto anche il montaggio di Gianni Vezzosi, che riesce a catturare i momenti più impressionanti di cui sono protagonisti i motori rombanti.

Molto piacevole anche la fotografia di Michele D’Attanasio, che gioca molto con i colori accesi e rende più calde le scene famigliari e briose quelle su pista. Qualche perplessità invece la desta la colonna sonora, che al netto di ritmi adeguati forse risulta eccessivamente “modaiola” quando sarebbero serviti suoni maggiormente sporchi. Ma sinceramente si tratta di dettagli minori che non inficiano sulla buona riuscita di Veloce come il vento, un film di grado di fondere abilmente sentimenti e adrenalina su quattro ruote, scrivendo al contempo l’elegia di un outsider straordinario come Loris.