Nella splendida cornice della Terrazza Martini a due passi dal duomo di Milano abbiamo incontrato i protagonisti e il regista di Veloce come il vento.

Del film vi abbiamo già parlato in un’anteprima in cui abbiamo espresso il nostro parere entusiasta riguardo al notevole sforzo produttivo e naturalmente in merito ai risultati finali.

Il regista Matteo Rovere ci ha illustrato come si è proceduto per le riprese delle gare automobilistiche e in generale per tutta la parte action della pellicola: “È stato molto faticosa, si è trattato di riprese action dal vero senza l’utilizzo di effetti speciali, con una modalità un po’ europea di fare questo genere, che fa dell’azione raccontata realmente nel dettaglio anche una sua caratteristica emotiva e adrenalinica. Abbiamo costruito anche dei mezzi tecnici ad hoc per riprese ad alta velocità. Spero che il risultato porti lo spettatore dentro quell’universo.”

Sempre il cineasta si è dilungato su una delle annotazioni critiche più diffuse, ovvero sull’estraneità di Come il vento rispetto al panorama cinematografico italiano: “Mi dispiace che in Italia non si facciano più film così. Chiaramente è più complicato sia proporre un film del genere ai produttori e ai finanziatori, ma anche al pubblico che ormai ritiene il cinema italiano come un categoria a sé, specifica. Sarebbe bello se il film fosse un punto di partenza per utilizzare quella che è una nostra caratteristica – la sceneggiatura importante con personaggi realistici, approfonditi, interessanti – però affiancando a questi racconti anche un cinema che sia di intrattenimento emozionante, che arrivi allo spettatore, con una certa parte di goduria visiva per staccare dalla quotidianità”.

Allo stesso tempo Stefano Accorsi ha voluto ribadire che “si tratta di un film profondamente italiano, radicato nella provincia che parla la lingua dei motori, l’Emilia Romagna, dove si sente l’odore della benzina e del letame. Anche il racconto della famiglia che vive i rapporti così, in modo passionale, è molto più mediterranea che anglosassone.”

La debuttante Matilda De Angelis, che ha una formazione musicale, ha ribadito come ci siano forti differenze ma anche somiglianza inaspettate tra il canto e la recitazione: “ Comunque si ha a che fare con la propria emotività, le proprie emozioni, ma è un altro tipo di comunicazione. Canto da quando sono molto piccola, la recitazione è stata quasi una scoperta. Questo film è stato come imparare a nuotare venendo gettati nell’oceano aperto.” La ragazza ha poi ricordato come abbia dovuto imparare tutto sul campo, non essendo un’appassionata di motori e avendo appena ottenuto la patente di guida.

Interessante anche la preparazione di attori e sceneggiatori riguardo la tematica della tossicodipendenza che definisce in parte il personaggio di Loris. Accorsi ha spiegato che “si è iniziato fin da subito a riflettere sulla cosa. Sia incontrando persone, alcune delle quali con più di 40 anni, con segni molto evidenti del disagio, ma anche una scrittrice che ha pubblicato un romanzo su una storia d’amore tra due tossicodipendenti. Abbiamo visto molto materiale riguardo a comunità di recupero, però volevamo mettere in scena Loris De Martino, in tutta la sua complessità. La preparazione fisica è stata fondamentale per interpretare un ex rallista: rimango spesso colpito da quanto gli sportivi abbiano piena coscienza dei propri limiti e quelli degli avversari. E da qui siamo partiti per creare Loris, per poi distruggere tutto tramite l’eroina, ma sempre lasciando quella forma di follia, anarchia che caratterizza il personaggio.”