Esce il 21 settembre in Italia Valerian e la Città dei Mille Pianeti. Un sentito omaggio di Luc Besson a David Bowie apre con Space Oddity la sequenza su nascita ed espansione della stazione spaziale Alpha, un avamposto di tecnologia ed esplorazione umana che nei secoli raccoglie centinaia, anzi migliaia di rappresentanze di popolazioni aliene. Dai giorni nostri le note di Bowie ci accompagnano allora al 28° secolo, dove una coppia di agenti spaziali è chiamata a indagare sulla distruzione di un pianeta e il conseguente sterminio della popolazione dei Pearl, molto simili esteticamente agli alieni blu di Avatar. Tra Valerian e Laureline potrebbe nascere qualcosa in più del rapporto professionale, ma la algida e tostissima partner del protagonista è un osso duro. Sono Dane DeHaan e Cara Delevingne a dare vita ai personaggi dei fumetti che conquistarono Besson sin dall’infanzia.

Il film è già un caso: con i costi esorbitanti che hanno toccato i 200 milioni di dollari s’impone come film d’oltralpe più costoso di sempre. Ma ne ha incassati in tutto il mondo circa 220. Risultato magro per un investimento così serio. In Francia è andato bene, ovviamente, con ben 35 milioni. Ma per chiamarsi successo commerciale, essendo uscito a luglio inizialmente in Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, a settembre inoltrato, con tutti i paesi più importanti attivati doveva aver superato i 500. Invece gli Usa lo hanno snobbato subito nella critica e al box office con 17 milioni nel primo weekend. La spietata legge di mercato vuole incassi vertiginosi da subito in quest’epoca di capitalismo cinematografico. Valerian però ha l’anima indie, con tutto il bene e il male che ne conseguono. Non bisogna dimenticarlo. Anche se in Cina ha incassato i 62 milioni che lo tengono a galla, il rischio della catastrofe economica è tuttora concreto.

A parte disquisizioni numeriche, il film comunica il desiderio spasmodico di una vita per realizzare il film sul fumetto preferito del regista. La collana di storie su carta iniziò nel ’67 per arrivare fino agli anni ’90, così tra le mani di Besson si presenta come una sorta di summa di tante storie, situazioni, pianeti alieni, battaglie spaziali, mondi impensabili e mostriciattoli vari da far pensare al suo personale Star Wars. La passione di un bambino è cosa meravigliosa, e lo stupore emerge contagiando per ogni dettaglio, ma è anche un’arma a doppio taglio perché non si percepisce una trama abbastanza solida in un’idea strutturata di saga. Sembra girato come se non ci fosse un domani questo Valerian, un tutto e subito di idee e suggestioni visive che lo rende oltremodo barocco caricandone i 147 minuti dall’inizio alla fine. Niente spiegoni alla Lucas, ma tante azioni, viaggi interdimensionali, location aliene, inseguimenti con mostroni mangiatutti e una città di realtà virtuale come vera, bella novità. Spuntano pure un superbandito troppo simile al grosso Jabba the Hutt, e poi tante situazioni simili alla saga di Lucas e all’Avatar di un James Cameron amico e consigliere, come lo stesso Besson ha raccontato alla stampa italiana.

In un fioccare di estetiche fantakitch i due protagonisti sono un po’ sopraffatti dall’esubero di materia filmica fino a quando non compaiono i personaggi spalla di Ethan Hawke e Rhianna, mattatori molto interessanti entrambi. In più sono presenti Clive Owen nei panni del comandante del corpo intergalattico, e la popstar cinese Kris Wu come ufficiale al suo fianco (per attirare i mercati orientali). Il risultato finale è una valanga d’immagini sensazionali che a volte non hanno la cura degli ultimi, più meticolosi passaggi di color correction e computer grafica per rendere davvero reali quei mondi. Così in certi momenti sembra un videogioco, come il pianeta dei pacifici Pearls che viene distrutto all’inizio. Lunapark per gli occhi, Valerian schiera un 3D molto profondo e una galleria di razze aliene da far drizzare le orecchie anche ai trekkini più esigenti. Dentro la terza cornucopia sci-fi di Besson dopo Il Quinto Elemento e Lucy si trova spettacolarità all’ennesima potenza su mondi e astronavi alleggerita da pizzicate d’ironia. Al centro però messaggi ecologici, ma soprattutto di pace, dato non trascurabile soprattutto per la Francia di questi anni stretta dalla morsa del terrorismo. Besson riesce a raccontare una favolona di pace, accoglienza e soprattutto di scambio e integrazione con lo straniero. Sono le piccole grandi magie che possono venire fuori da un film indipendente e controverso come questo. Ora spetterà al pubblico italiano decidere se amarlo, trascurarlo o non capirlo.