Presentato alla scorsa edizione del Festival del cinema di Venezia, dove venne accolto da fischi impietosi e da alcune recensioni entusiaste di critici controcorrente, Under the Skin arriva nelle sale italiane poco prima dell’apertura della nuova annata della kermesse veneziana (il 28 agosto).

Jonathan Glazer non è un autore prolifico in ambito cinematografico – appena tre titoli in quasi 15 anni – ma è una figura molto conosciuta nell’ambiente dei videoclip musicali. Il suo approccio poco convenzionale alla materia narrativa, già espresso in parte nel derivativo ma interessante Sexy Beast e nell’incompiuto, glaciale e antimelodrammatico Birth – Io sono Sean, lo rende una voce originale nel panorama anglofono.

Il film con Scarlett Johansson che tanto ha fatto discutere non è di sicuro un’opera per tutti, in quanto richiede molta pazienza, la capacità di integrazione di alcune ampie ellissi narrative nonché una certa propensione alla decifrazione delle immagini prive del facile ausilio delle parole. Una premessa classica, questa, ma sempre necessaria per l’opera di fantascienza tratta molto liberamente dal romanzo omonimo di Michel Faber.

Sintetizzando una storia poco scarna possiamo dire che si tratta dell’osservazione della missione di un essere alieno, interpretato con dedizione da una Johansson giustamente vacua, robotica e assorta, che in un villaggio sperduto della Scozia seduce maschi in cerca di sesso facile, li imprigiona in una casa misteriosa con l’aiuto e/o sotto la sorveglianza di un motociclista altrettanto sfuggente. Un piccolo grande cambiamento avviene nell’essere quando inizia a prendere coscienza di sé. La donna sperimenta nuove esperienze, fino a che la sua ricerca esistenziale non si conclude in tragedia.

Il film alterna riprese di grande suggestione atmosferica – cortesia del paesaggio sublimemente desolato della regione – a sequenze effettuate con telecamera nascosta (in simil candid camera), più altre in cui la stilizzazione grafica raggiunge livelli massimi, ovvero tutti i momenti in cui il lato fantascientifico prende il sopravvento.

La reticenza narrativa di Glazer, il quale è veramente parco di dialoghi, scarsi di numero e poco significativi, si traduce a livello tematico in una pletora di possibili interpretazioni: dalla presa di coscienza femminista alla ricognizione a livello sensoriale dell’esperienza dell’essere umano (vista attraverso un corpo alieno), passando per un’apologia notturna della solitudine fino al tentativo di definire l’alterità radicale.

L’atmosfera che prevale nel film è straniante, merito sopratutto della dissonante e stridente colonna sonora di Mica Levi e della fotografia di Daniel Landin, che alterna luci fluorescenti a chiaroscuri (la memorabile scena della spiaggia, in cui viene fuori la mancanza di compassione e di empatia di un essere non umano).

Si tratta di un’opera che sarebbe azzardato definire sperimentale, ma che di certo sceglie strade poco battute confidando in modo esclusivo sulla sensorialità dell’audiovisivo, il cui unico difetto parrebbe essere una certo monoliticità delle situazioni proposte, che in qualche modo evita l’apertura del discorso a temi più ampi e maggiormente definiti.

Under the Skin potrebbe piacere molto a chi è in cerca di domande, mentre chi presuppone risposte certe dal cinema uscirà molto arrabbiato dalla sala, forse anche perché il famigerato nudo della Johansson, per quanto presente, è quanto di meno titillante si possa pensare.