Era dall’Avvocato del Diavolo che Keanu Reeves non interpretava un uomo di legge. A vent’anni dall’indimenticato cult con il luciferino Al Pacino, ritroviamo il divo di Matrix, John Wick e Point Break sul banco degli imputati, questa volta a difesa di un diciassettenne impenetrabile che ha ucciso il padre con un coltello. Dietro quel mutismo tante violenze domestiche di un uomo ricco e oscuro interpretato da un Jim Belushi mai così drammatico. Una solida sorpresa vederlo con una recitazione così cruda e poggiata su un registro talmente asciutto da indispettire lo spettatore per le sue malefatte familiari. “Ho letto la sceneggiatura un mercoledì, ho accettato la parte venerdì, e lunedì mi trovavo già a New Orleans. Penso di essere una persona intelligente, ma questo mistero mi ha fatto mancare la terra sotto i piedi, mi ha veramente ingannato”. Ha confessato l’attore, riferendosi poi alla regista. “La cosa bella di Courtney è che lei ha occhio per ciò che è reale, veritiero. Non c’è nulla di forzato in questo film, ed è una cosa ideale per un attore”.

Le temperature sono quelle giuste per un legal thriller, ma i colpi di scena non sono narrati con troppa enfasi, così il mood dello spettatore viene condotto su due livelli costanti di curiosità: uno per il finale, l’altro per lo sdegno sull’omicidio. Scelta condivisibile o meno, ma di carattere. “Oramai in tv si sono visti così tanti casi giudiziari che il pubblico è diventato esperto in materia. Non siamo più ai tempi di Perry Mason. Per coinvolgere davvero il pubblico era necessario affrontare le questioni più complicate del processo e del dietro le quinte”. Ha spiegato la regista Courtney Hunt. “Ho ambientato il film a New Orleans per la sua reputazione in ambito procedurale della fase preliminare dei processi penali in cui dovrebbero essere resi noti gli elementi probatori e per la tipica frase di cui si sente parlare spesso: trial by ambush”. Si tratta del processo da imboscata. In gergo, una modalità dove in fase preliminare le parti in causa non sono messe reciprocamente a conoscenza di tutte le prove e di tutti i testimoni.

Al suo secondo film, l’esordio della Hunt è stato Il Fiume di Ghiaccio nel 2008, Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival e due candidature agli Oscar. La sua regia in Un doppia verità disegna lucidamente ogni personaggio, ma si arriccia intorno a un montaggio alla ricerca costante di movimenti di macchina e punti di vista differenti. Estetismo che sembra scimmiottare uno stile hitchcockiano ma si rivela un balletto di obiettivi più per rendere il thriller performante sull’attenzione del pubblico che per costruire una precisa narrazione per immagini. Serve alla bisogna però. Svecchia la staticità classica della macchina da presa in tribunale e dintorni accompagnando una sceneggiatura arricchita dai flashback a mescolare le carte della verità.

Ne viene fuori un onesto film di cassetta, in tv farà probabilmente messe in onda e ascolti costanti nel tempo, ma al cinema, dal 15 giugno, piacerà principalmente a un pubblico più maturo. Reeves qui non fa l’impassibile killer o il surfista affascinante, ma un imbolsito avvocato con un inedito doppio mento. Accompagnato da una giovane avvocatessa al suo fianco, Gugu Mbatha-Raw, e dalla madre inquieta del giovane omicida, Renée Zellweger, riuscirà l’avvocato Reeves a vincere la sua causa?