Letta su carta, l’idea di collegare i Cavalieri della Tavola Rotonda a Transformers 5 sembrava pura follia. Una di quelle brutte idee da abortire subito durante i brainstorming per le prime decisioni su un nuovo progetto. Invece nella primissima parte vediamo un Merlino inedito, tanti ottimi spunti sul mito di Camelot e un intervento dei robottoni che sortisce un po’ l’effetto Stargate che nella pellicola anni novanta potenziava gli antichi egizi grazie agli alieni. Un inizio davvero fortissimo. Il sarcasmo tra postbarbarico/british, magia e Cybertron stava funzionando miracolosamente: Paramount e Universal erano a tanto così da raggiungere l’appeal della recente versione King Arthur targata Guy Ritchie, almeno nell’incipit, e fiancheggiare l’immaginario appena ordito dal competitor Warner. Invece si tratta soltanto di uno dei numerosi flashback su varie epoche a montare la complicata palizzata su cui questo film di due ore e quaranta minuti si erge come un cetaceo iperteso, iperattivo e anabolizzato.

La sceneggiatura vorrebbe essere generosa. Abbiamo di nuovo il muscoloso inventore di Mark Wahlberg circondato dai suoi fidati Autobot. Da una giocosa Cuba compare senza troppo senso narrativo il personaggio sempre spassoso di Joe Turturro. Faranno capolino anche Stanley Tucci, una piccola brigata di bambini che vivono tra i rottami della battaglia tra Decepticons e Autobots, e ci sarà una nuova bellona che ricorda Megan Fox, Isabela Moner, ma “soltanto” come sensuale insegnante di storia. E poi sir Anthony Hopkins, protagonista dei siparietti più gustosi con il suo droide maggiordomo, ma anche ago della bilancia del film più esagerato di Michael Bay. Su Hopkins si sono lette le dichiarazioni non proprio amorevoli su Transformers – L’Ultimo Cavaliere. Tutti i suoi dubbi sull’incomprensibilità della sceneggiatura contorta emergono spietati e sottili, come solo un grande attore di teatro sa fare, durante la sequenza della battaglia a Stonehenge. I suoi sguardi silenti, ma in realtà più fragorosi dei robot, cercano un senso in questa storia infinita. Scrutano il cielo e i grossi alieni meccanici che lo attaccano, ma hanno un sottotesto che ricalca perfettamente quelle dichiarazioni che sembravano un po’ avventate, ma ora hanno più il sapore di maturo mantra in stile “Sir Hopkins ve l’aveva detto”.

Negli anni ottanta la Hasbro impose una serie animata per entrare nelle case di tutti e farci innamorare dei suoi robot con lo scopo unico e solo di farci comprare tonnellate di suoi giocattoli. Funzionò, e come. La nuova gallina dalle uova d’oro ha il volto giovanile del fenomeno Bay. I suoi film valgono oltre un miliardo di dollari d’incasso, ma sono soltanto l’antipasto di un indotto ben più ampio: l’impero di giocattoli e merchandise che governa il Transformers Universe. Già alla prima ora e quaranta si arriva stremati. Bay è probabilmente il numero uno in scene d’azione in volo, esplosioni, attacchi a 360 gradi, applicazioni del 3D, trasformazioni meccaniche ed effetti speciali che aggiorna con dovizia ad ogni suo film. Ma stavolta come non mai la sceneggiatura soffre di gigantismo. Intricatissima a tutti i costi, la narrazione si perde tra infinite location e situazioni e personaggi minori più disparati, tutto intrecciato in modo disarmonico. Per riempire ogni mini-piano narrativo, scene e sketch buoni vengono fagocitati naufragando tra dialoghetti che spuntano inevitabilmente come funghi e licheni. Nell’ultima ora di film il confine tra la noia e lo spazientirsi si fa sempre più sottile. I giocattoli erano già stati venduti nella prima ora. Le stesse idee registiche di Bay, dalla magnifica scena dello smontaggio e montaggio di Bumblebee in slow-motion vanno a rintuzzare in una scorpacciata bulimica per il pubblico e in un narcisismo quasi sadico da parte del film.

Si ha spesso l’impressione che si voglia imitare Star Wars: Episodio VII, ma senza spiegoni, meno sentimento, molti più muscoli e azione. In quantità industriale. Probabilmente T5 basterà a fare l’incasso senza rischiare il flop, si saranno detti prima di girare. Rischiare: ciò che va evitato per le major. Lo avevano fatto, con successo, grazie a quella strampalata idea di Camelot dei primi minuti: trasformata subito in gemma. Semplicità, chiarezza e direzione ben definite pagano sempre. Ma forse il rischio era troppo. Cercando l’abbattimento totale del rischio flop si ottiene un possibile grande film annientato per l’ennesima volta, la più plateale, con l’algoritmica ricerca di mercato orientata ciecamente verso l’incasso più alto. Un flop dal pubblico significherebbe un bagno d’umiltà per chi fa cinema esclusivamente per incassare e il consequenziale ritorno al vero Cinema, come quello di Indipendence Day, per intenderci, che impose un grandissimo come Michael Bay. Negli Usa T5 è uscito il 21 giugno, in Italia il 22. Cosa farà il pubblico?