Esiste ancora, purtroppo, un pregiudizio negativo nei confronti dei grandi blockbuster in generale e verso il cinema d’azione in particolare, che porta molti spettatori ad azzerare immediatamente qualsiasi aspettativa in termini di qualità, sulla base dell’assunto che si tratti di prodotti commerciali realizzati in serie.

“Spengo il cervello”, “Ogni tanto una str***ata ci sta”, e così via: sono questi i pensieri condivisi da una certa fetta del pubblico quando entra in sala per assistere a un film su – tanto per dire – una banda di ladri motorizzati o dei robot giganti che si prendono ferocemente a mazzate.

Come se la messa in scena di un combattimento tra colossi di metallo fosse cosa semplice, che non richiede studi lunghissimi e competenze stratosferiche, e avulsa da qualsiasi scelta (essendo il lavoro del regista, in un certo tipo di cinema, quello di scegliere tra diverse opzioni disponibili perseguendo una propria visione). E, sopratutto, come se i sensi eccitati da uno spettacolo di violenza in grande scala fossero poca cosa rispetto alla stimolazione cerebrale (tra l’altro stiamo parlando dello stesso processo, fondamentalmente).

Allora perché sminuire Transformers 4 L’era dell’estinzione come una grande baracconata da accettare o rifiutare senza condizioni e senza analisi? Nessun motivo, in effetti.

L’ultimo capitolo della saga dei robot – definizione poco precisa – del franchise della Hasbro è anche il primo di una nuova trilogia, nonché l’ultimo diretto da Michael Bay, che ai tempi dei primi rumor negò qualsiasi coinvolgimento.

L’aria di cambiamento si respira sopratutto per quanto riguarda il cast, completamente rinnovato rispetto al passato: Mark Wahlberg protagonista umano nei panni di un inventore texano, padre iper-protettivo, Nicola Peltz in quelli della figlia minorenne ripresa sempre come se un oggetto sessuale, Stanley Tucci nel ruolo di un geniale imprenditore, gustosa imitazione della megalomania di Steve Jobs, e Li Bingbing contentino per l’ingente finanziamento cinese (essendo il mercato del Celeste Impero ormai centrale per questo tipo di operazioni).

La trama di questo quarto film è molto semplice e chiara da spiegare nelle sue linee generali quanto oscura e confusa nei dettagli, e in particolar modo nelle motivazioni dei personaggi. Dopo la battaglia finale del film precedente che ha distrutto Chicago i Transformers sono stati dichiarati fuorilegge e sono divenuti prede di un corpo speciale deviato della CIA, che riceve aiuto e informazioni da un misterioso essere robotico che dà la caccia a Optimus Prime. Nel frattempo una grande azienda informatica si appresta a lanciare sul mercato bellico una linea di robot che richiamano da vicino Bumblebee e gli altri, ma totalmente controllabili da remoto – o almeno così ci si aspetta.

Il problema del plot – in realtà un finto problema conoscendo Michael Bay e le altre opere della saga – è che l’apertura di diversi fronti non aumenta l’interesse per la vicenda o la complessità degli scontri, ma si risolve unicamente in una fumosità degli eventi tale che a un certo punto in poi (e stiamo parlando di 2 ore e 45 minuti) si smette di seguire l’intreccio per concentrarsi sull’azione.

Proprio su questo campo fondamentale il regista scivola e compromette tutto il senso del film, perché ne L’era dell’estinzione mancano tutti gli elementi che possono rendere memorabile una pellicola del genere: combattimenti entusiasmanti, epica, tensione, drammaticità delle svolte narrative.

In Transformers 4, come sempre ma in maggiore misura, si parla e si agita troppa retorica – quella delle bandiere a stelle e strisce che puntualmente sventolano al tramonto, del paternalismo texano fuori moda e sincero, ma anche il rapido inchino al governo cinese – per poter prendere sul serio il sottotesto del film. Rischi della tecnologia, tradimenti bellici di convenienza, disinformazione e manipolazione delle masse sono temi che vengono inseriti alla velocità del fulmine e altrettanto rapidamente accantonati. Si dovrebbe parlare degli attori, in questo frangente, ma a parte un Stanley Tucci gigione e Mark Whalberg che fa il minimo sindacale bisognerebbe stendere un velo pietoso sulla Peltz, in grado di far rimpiangere persino la stentorea Rosie Huntington-Whiteley (che in fondo attrice non era). Non è neanche colpa sua, dato che Bay le affida quasi solo scene in cui deve gridare e fremere impaurita.

Ma ciò che affossa l’interminabile film è, strano ma vero, la totale mancanza di spettacolarità. Bay, evidentemente svogliato e privo di motivazione, non riesce a coreografare in maniera decente i suoi giganti trasformabili, per una volta ripresi in campo lungo e senza troppe giravolte: gli scontri sono particolarmente piatti, privi di sussulti e trovate geniali, poco mobili e all’insegna di una certa sveltezza inspiegabile in un film monstre. Sono più le volte in cui vediamo Optimus rotolare per terra che quelle in cui sguaina la spada, e se bisogna aspettare l’ultimo monotono combattimento di gruppo per vedere in azione il samurai Transformer (altro velo pietoso sul razzismo latente – anche se sarebbe fuori luogo prendere sul serio certe immagini)… beh, di sicuro c’è qualcosa che non funziona.

Aggiungiamo poi che anche gli effetti speciali non sono particolarmente sbalorditivi o all’avanguardia rispetto ai precedenti capitoli (il design dei robot poco accattivante), e sarà facile intuire la profonda delusione del sottoscritto che, arrivato al cinema per gustare un menu extra large da fast food americano – salatissimo, pieno di additivi chimici, ma comunque gustoso – si è ritrovato di fronte alla versione scipita, tiepida e un po’ rinsecchita dell’hamburger e patatine. Ahinoi, persino il junk food hollywoodiano è in crisi…