Giunti oltre la metà di una delle manifestazioni cinematografiche più importanti d’Italia, il Torino Film Festival 2014, proviamo a segnalare ai nostri lettori i migliori film che sono passati attraverso la selezione della direttrice Emanuela Martini e il guest director Paolo Virzì.

La teoria del tutto: per raccontare la vita di Stephen Hawking ci vuole una particolare sensibilità, e chi meglio del documentarista atipico James Marsh (suoi gli sconvolgenti Project Nim e Man on Wire) poteva riuscirci? Il film segue il progressivo deterioramento fisico dello scienziato, che pur non compromettendo le sue capacità intellettuali gli rende molto difficile il rapporto con la moglie Jane Wilde. Lodatissimi gli attori principali Eddie Redmayne e Felicity Jones, ormai più che possibili candidati agli Oscar.

The Babadook: quest’anno a Torino c’è tanto cinema di genere e in particolar modo horror. La pellicola australiana diretta da Jennifer Kent (finalmente una donna!) ha mostrato in che modo un film del terrore possa parlare in modo raffinato ed elegante, senza far mancare le pause in apnea, del rapporto tra una madre in crisi e un figlio troppo sensibile.

Whiplash: il vincitore del Sundance, il festival più importante per il cinema indipendente americano, è il gioiellino che tutti si aspettavano. Si tratta di una parabola ferocissima e insieme molto coinvolgente dei sacrifici necessari per diventare i migliori nel proprio campo (in questo campo la musica, e la batteria jazz nello specifico), in cui a risplendere sono il violento e manipolatorio insegnante interpretato da J. K. Simmons e l’allievo talentuoso Miles Teller incorniciati da un montaggio serratissimo.

La chambre bleu: uno dei più lodati attori e registi francesi ha tratto un film claustrofobico da uno dei romanzi più sanguigni di Simenon. Mathieu Amalric mette in scena, in formato 4:3, una storia di passione estrema, carica di sesso, che sfocia nel delitto, modellata su una struttura in cui i flashback si incastrano con le indagini.

Magic in the Moonlight: Woody Allen ritorna a fare ciò che gli riesce meglio, una commedia sofisticata nostalgica e malinconica su alcuni tra temi che da sempre lo hanno interessato, la fede, la religione, la credulità e la necessità di lasciarsi guidare dall’illusione per vincere la pesantezza della vita. L’austero Colin Firth e l’affascinante Emma Stone sono una coppia dall’inaspettata chimica, esaltata dalla fotografia che illumina con colori pastello la Costa Azzurra.

The Duke of Burgundy: l’inglese Peter Strickland dopo l’interessantissimo Berberian Sound Studio ritorna alla sua esplorazione dei generi meno amati dalla critica ufficiale. Dopo l’horror anni ’70 è il turno dell’erotismo patinato dello stesso periodo, privo però di qualsiasi tentazione pruriginosa. Il regista mette in scena una relazione amorosa sadomaso tra due donne, in cui il rapporto master-slave ricorda molto da vicino dinamiche tipiche tra attori e registi.

Foto: ufficio stampa