La trama è quella classica: ascesa e caduta di un uomo mediocre, ma il terreno è quello della commedia e quindi la caduta non è rovinosa ma diventa positiva, un cambiamento che significa ritorno alle tranquille e beate origini. Tiramisù, in uscita il 25 febbraio al cinema, potrebbe benissimo essere un film per la televisione, da vedere in due puntate tra sabato e domenica sera ma non ha un fastidioso buonismo né attori dalla recitazione zoppicante, modello fiction. Fabio De Luigi, qui esordiente alla regia, si sente a suo agio nel ruolo del protagonista, Antonio, come ha ironicamente dichiarato durante l’incontro con la stampa «La storia è quella di un uomo con scarse qualità, che non faccio fatica ad interpretare, che fa una scalata, e parla dei danni che provoca il successo».

Vittoria Puccini, con la sua bellezza rassicurante e placida, interpreta la moglie di Antonio, Aurora, vero fulcro attorno a cui ruota la storia, fautrice di quel tiramisù che innesca una catena di eventi. La pellicola potrebbe proprio essere letta come un inno alle donne forti e consapevoli, quelle che si celano dietro ai grandi uomini e che invece farebbero meglio a guidarli. Il suo personaggio rimane fermo e determinato, nella sua dolcezza tutta femminile, e ha quell’equilibrio che manca al marito, al cui confronto appare ancora più goffo nel suo tentativo di ritagliarsi un posto nel mondo.

Fanno da contorno Angelo Duro, nei panni del cinico Franco, fratello di Aurora, anche lui a suo agio nel ruolo – peccato però per il tenace accento palermitano, che appare straniante -  su cui dichiara «Mi piace raccontare con cinismo le cose, basta col buonismo! Con il personaggio di Franco l’ho potuto fare». Alberto Farina interpreta invece Marco, suo vero e proprio alter ego, come ha ammesso scherzando, «Fabio ha capito che ero abbastanza simile al personaggio… non si lava, è attaccato agli anni ottanta e novanta. E sono anche io un pessimo imprenditore… come spacciatore ero un fallimento».

L’insieme riesce a risultare piacevole – pur non facendo scattare la risata come forse vorrebbe in più punti – ma già dalle prime scene capiamo come andrà a finire e Antonio, una sorta di Renato Pozzetto dall’occhio acquoso, non compirà la trasformazione in arrivista senza scrupoli, ma tornerà al nido pronto ad accoglierlo. A fare da sfondo il mondo della malasanità che però non è il bersaglio del regista, che ci tiene a precisare «Non c’è intento educativo o moralistico. Il mio rapporto coi medici è sempre stato fatto di attenzioni e professionalità, la sanità pubblica è fatta da persone serie ed il personaggio di Galbiati ne è la dimostrazione». E quel dottor Galbiati altri non è che Pippo Franco, che si rivela un attore equilibrato, molto lontano dall’avanspettacolo di prima serata per cui si è fatto conoscere anni or sono.

In bocca rimane il dolce sapore del tiramisù (non solo in modo figurato per i fortunati giornalisti presenti alla conferenza stampa del film), quello con cui si apre il film, quello indefessamente preparato da Aurora e poi abbandonato per vendetta, perché per tirarsi su e trovare la propria strada bastano una bicicletta e la voglia di cose semplici.