Il cinema africano è purtroppo molto spesso appannaggio delle sale d’essai, se non completamente ignorato dalla distribuzione mainstream.

L’arrivo di Timbuktu nelle sale è quindi un’occasione speciale, in grado di arricchire lo spettatore con la conoscenza di mondi altri solitamente ignorati.

Non che il film non sia accompagnato da referenze di tutto rispetto: l’opera del mauritano Abderrahmane Sissako, uno dei maestri riconosciuti del cinema africano, ha infatti ricevuto il premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes, ed è attualmente candidata agli Oscar nella cinquina dei migliori film stranieri.

Ma Timbuktu, uscito lo scorso 12 febbraio nei cinema italiani, contribuisce forse in maniera non del tutto voluta al dibattito intorno all’Islam che è esploso in seguito al terribile attentato alla redazione di Charlie Hebdo e alle atrocità che ogni giorni vengono documentate dai terroristi dell’Isis.

Sissako sembra infatti rispondere a una delle domande più ricorrenti in questi mesi, ovvero la possibilità di una coesistenza con la religione islamica e l’effettiva esistenza di un Islam moderato.

Ambientato in un paesino poco distante da Timbuktu, città occupata dai fondamentalisti religiosi, inizialmente il film segue la vita tranquilla della famiglia di Kidane, allevatori di buoi.

Ma la loro esistenza cambia quando i jihadisti occupano il villaggio e impongono le loro regole, che sembrano assurde a tutti.

La situazione precipita però nel momento in cui Kidane provoca involontariamente la morte di Amadou, il pastore che aveva ucciso il suo buo preferito. Kidane sa bene che ora dovrà subire il castigo della terribile legge portata dagli invasori.

Il cast del film è formato da Ibrahim Ahmed aka Pino, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi, Kettly Noël, Mehdi AG Mohamed, Layla Walet Mohamed, Adel Mahmoud Cherif e Salem Dendou.