La cifra stilistica del regista Tim Burton prende forma all’interno di quel movimento artistico che già alla fine degli anni settanta sancisce la fine dell’arte concettuale e della sua estetica e, mediante un ritorno graduale al figurativo dell’arte classica, approda ad alcuni parametri specifici che lo perimetrano nella definizione di Pop Surrealismo.

Il creatore di Edward mani di forbice, interpretato da un duttilissimo Jonny Deep, idolo di grandi e piccini ed ormai anch’egli icona del pop, non ha ancora però dei discepoli in ambito cinematografico e, a questo punto, sembra debba rimanere l’unico membro di un movimento che, grazie alla sua diffusione grafica di  elementi decorativi, è divenuta “maniera”.

Il pop surrealismo ha infatti la capacità di raccontare l’assurdità che pervade il quotidiano dei nostri giorni, facendo leva su tre elementi circostanziali che realmente incarnano la nostra epoca: Speranza, Ironia e Sogno.

Tutto ha la capacità di essere narrato e compreso, anche al di fuori di quella nicchia di persone colte, abituali frequentatrici di gallerie d’arte.

Proprio attraverso il mezzo di comunicazione popolare per eccellenza, quale è il cinema, Burton con le sue storie atroci, ma alleggerite da una dose di umorismo e tratteggiate come se appartenessero esclusivamente all’universo onirico, arriva a colpire l’immaginario di qualsiasi spettatore, rassicurato dalla riconoscibilità della chiave narrante.