Ferribbotte e Mefistofele” e’ il titolo del libro di Nicola Fano, l’autore a cui si deve il ritratto di Tiberio Murgia – il siciliano de “I soliti ignoti” – all’interno di un affresco storico sull’Italia del boom, e sugli effetti che questo ebbe nella vita privata dell’attore.

La biografia scritta da Fano, ad un anno dalla scomparsa dell’interprete della commedia di Mario Monicelli, infatti, ci restituisce un’immagine complessiva del Paese, attraversando l’arco temporale – dai “50 agli “80 – nel quale Tiberio Murgia oltre ad aver recitato a centinaia di pellicole, passò repentinamente da zero a dieci, forse in maniera sprovveduta, lasciandoci una lunga serie di aneddoti.

La fortuna di Murgia ebbe inizio nei locali adibiti a cucina di un ristorante, dove lui lavava i piatti, e dove Mario Monicelli – uno tra i maggiori esponenti della commedia all’italiana – spesso e volentieri andava a mangiare.

Le fattezze del suo volto spigoloso, ed i suoi occhi neri, rincagnati nel buio delle sue povere origini ma scintillanti di un’antica fierezza, folgorarono il regista, il quale lo coinvolse nel cast di quel capolavoro della cinematografia, che a tutt’oggi restituisce Murgia alla nostra memoria (erroneamente) come “il siciliano“.

Invece colui che, da quel momento in poi, fu il personaggio, più spesso macchiettistico, di numerosi film di genere, era nato in Sardegna, ad Oristano.

Emigrò prima in Belgio, dove fece il minatore, e poi, dopo aver fatto fortuna a Roma, per ostentare il nuovo stile di vita nella città natia – dopo aver oltretutto abbandonato moglie e figli – attraversò il centro cittadino strombazzando a bordo della sua auto di lusso, sulla quale viaggiavano anche due donne prosperose.

Secondo alcune testimonianze questo gesto da sbruffone costò a Ferribbotte una sonora risposta da parte dei suoi conterranei, i quali lo pestarono senza remora alcuna.