Ancora in sala dopo aver sfiorato 300 mila euro di incassi per la prima uscita nelle sale di “This must be the place”, Paolo Sorrentino si è distinto al festival di Cannes per aver diretto una tra le pellicole più coraggiose e sorprendenti dopo “the tree of life” di Terrence Malick, sia come racconto autoriale, che come regia tecnica, riportando il cinema italiano alla ribalta della critica internazionale.

Come Malick, che nel suo cast include star della portata di Brad Pitt, Sean Penn e Jessica Chastain, Sorrentino affida a Sean Penn il ruolo dell’eccentrico protagonista Cheyenne, la cui descrizione occupa la prima parte del film.

Ex rockstar dei Fellow – immaginato come un famoso gruppo rock anni 80, alla cui cultura musicale rimanda il titolo del film, che infatti è tratto dal titolo di una canzone di David Bix leader dei Talking Heads, di cui è la colonna sonora – Cheyenne, ormai cinquantenne, trascorre il suo declino nella grande casa di Dublino, in compagnia di una moglie che lo accudisce e di un’amica adolescente che, insieme ai suoi fan, lo sprona a tornare alla ribalta.

Ma niente sembra interrompere l’incedere lento di un quotidiano in cui il protagonista sembra fare i conti con il suo passato, fino a quando la notizia della morte, a New York, di un padre assente e distante da trent’anni, ebreo sopravvissuto allo sterminio nazista,  aprirà la seconda parte del film.

Che diventerà un road movie raccontato attraverso le immagini magnifiche girate negli Stati Uniti, dove Sean Penn si metterà alla ricerca di un’ufficiale ormai novantenne e dunque forse già morto, responsabile della persecuzione nazista subita da suo padre, nel tentantivo di supplire a un rapporto perduto e alla necessità di una riconciliazione con la propria vita.