Che il Giappone cinematografico fosse da sempre foriero di pellicole folli e surreali è cosa ormai nota, ma la disinvoltura con la quale Thermae Romae (tratto da un manga di Mari Yamazaki) riesce a infilare vari momenti di sospensione dell’incredulità è cosa poco comune.

Per un pubblico italiano, poi, la stupefazione è ancora maggiore, dato che il film firmato da Hideki Takeuchi, in uscita il 26 giugno, è ambientato per circa due terzi nell’antica Roma, uno spazio/tempo in teoria piuttosto noto: l’effetto dello stravolgimento stralunato risulta quindi incrementato all’ennesima potenza.

Protagonista del film è Lucius Modestus, architetto specializzato nella costruzione di terme all’epoca dell’imperatore Adriano. Il personaggio è interpretato da Hiroshi Abe (spesso nudo, per la gioia del pubblico interessato al fisico maschile), attore chiaramente nipponico in possesso di lineamenti che, con qualche sforzo di immaginazione potrebbero essere scambiati per occidentali. Ma non si tratta del solo attore del Sol Levante scelto per vestire i panni di personaggi storici: anche l’imperatore ha infatti le fattezze di Masachika Ichimura, così come sfoggiano occhi a mandorla i due possibili eredi di Adriano.

Nell’universo di Thermae Romae, coerentemente con la narrativa giapponese, in cui un elemento può e spesso diviene misura e motore immobile di tutto il mondo, il ruolo delle terme nel mantenimento del potere di Roma è del tutto centrale: in ogni sequenza è infatti ripetuto esplicitamente che il consenso pubblico nei confronti dell’Imperatore dipende proprio dall’edificazione di edifici termali di ottimo livello.

Lucius, dal canto suo, è un vero artista in cerca di ispirazione, crucciato dalla mancanza di idee innovative. Tutto cambia quando durante un bagno viene risucchiato da un vortice e si ritrova nel Giappone contemporaneo (dopo una sequenza in cui compare un cantante lirico su una spiaggia che intona arie tratte dell’opera italiana).

Questi viaggi nel tempo si susseguono con costanza durante tutta la prima parte ed è effettivamente esilarante assistere allo spaesamento del protagonista mentre esamina le terme tecnologicamente avanzate ed efficienti dei nipponici, scambiati per un popolo di schiavi “dagli occhi allungati”, con conseguente estasi sensoriale che raggiunge il culmine nella scoperta delle toilette giapponesi.

Lucius, che in tutti i suoi viaggi sembra essere misteriosamente legato a una giovane mangaka, ricostruisce nel suo tempo le innovazioni rinvenute nel futuro e diventa un architetto acclamato. Presto Adriano si accorge del suo talento e gli offre vari incarichi sempre più importanti, mentre sullo sfondo si agita la lotta politica tra il senato e l’imperatore e i suoi due ipotetici eredi.

Thermae Romae, al di là del gradimento in sé, rappresenta un oggetto molto interessante per il modo in cui istituisce collegamenti stringenti tra la cultura nipponica e quella della Roma antica: non si tratta solo della comune passione per i bagni termali, intesi come momento di relax e di socialità, ma anche della propensione a una dimensione collettiva piuttosto che individualistica, nonché di una certo irrigidimento militaristico tipico delle due culture (il sacrificio per il bene comune, l’accettazione del proprio utile ruolo nella società).

Chi ha fatto un giro per gli studios di Cinecittà riconoscerà sicuramente i set storici utilizzati – in modo un po’ ripetitivo – per la maggior parte delle riprese ambientate nel passato, in grado di far rivivere l’atmosfera del genere dei peplum. Meno efficace per il risultato finale è invece la recitazione degli attori, in certi casi costretti a esprimersi in un buffo latina maccheronico: legnosa, impacciata, fissa su espressioni melodrammatiche da soap opera.

E al melodramma più vieto appartiene tutta la seconda parte del film, che malauguratamente si prende troppo sul serio, imbastendo una trama di intrighi e risoluzioni piovute dal cielo, senza che la posta in gioco sia mai delineata con un pathos credibile. Per non parlare del rapporto sentimentale tra i due protagonisti, raffreddato da una distanza culturale incolmabile.

Divertente, ma con tempi morti prolungati, nella prima sezione, Thermae Romae presta sempre più il fianco alle critiche nel momento in cui si avvicina al finale, perdendo lungo la strada quella carica folle che lo avrebbe reso un piccolo oggetto di cult e una commedia originale e memorabile.