Seconda opera di Guido Lombardi dopo Là-bas – Educazione criminale, di Take Five, film presentato al Festival Internazionale del Film di Roma dell’anno scorso, sono già noti i riferimenti più evidenti.

Tarantino e le sue Iene, Monicelli e la banda de I soliti ignoti, la Gomorra di Garrone: non è poi molto difficile posizionare la pellicola del regista napoletano in un universo cinematografico dalle coordinate tanto alte quanto coerenti.

I protagonisti di Take Five, in uscita al cinema dal 2 ottobre, sono infatti i membri di una banda criminale improvvisata (ma non composta da rapinatori improvvisati) riunitasi per svaligiare il caveau di una banca passando per i condotti fognari. Uno spunto non terribilmente originale, canovaccio però per un prova di regia puntuale e precisa, che fa sfoggio di una tecnica cinematografica poco comune in ambito italiano e che prevede l’impiego di attori molto dotati e affiatati.

Rispetto alla media degli heist movie in Take Five si respira una maggiore urgenza e necessità che incrocia un certo realismo nel tratteggio di personaggi e situazioni: pur rimanendo ben ancorata su canoni consolidati del genere – e quindi riposando su stereotipi stilizzati, per quanto elegantemente – la conoscenza diretta dell’ambiente camorristico e della piccola criminalità partenopea dona al film una coscienza morale che a volte stride con il glamour delle immagini e la brillantezza dei dialoghi, spesso e volentieri in dialetto.

La seconda prova di Lombardi parte in maniera scoppiettante. La parte introduttiva del film, come da tradizione, ci presenta l’ideazione del colpo e quindi i personaggi che prenderanno parte alla rapina: un capobanda astuto quanto cordiale, un idraulico sommerso dai debiti, un fotografo ex malavitoso dal cuore debole, un giovane boxeur squalificato per eccessiva violenza e una leggenda della camorra seriamente depressa dopo l’uscita dal carcere.

Un po’ come succede nelle opere dei fratelli Coen la classica borsa della refurtiva diventa un pretesto per mostrare il peggio dell’animo umano e la stupidità dei criminali, che presto o tardi (anche tramite una serie di flashback non sempre chiarissimi) si ritroveranno invischiati in un labirinto di doppi giochi, tradimenti, terze parti interessate al bottino e immancabili regolamenti di conti.

Elegante nella composizione delle immagini e in pieno possesso del mezzo cinema attraverso virtuosismi della macchina da presa, Lombardi dimostra di saper gestire un materiale ormai sfruttato fino allo sfinimento realizzando un film che intrattiene senza però perdere di vista l’ago della bussola morale. Per quanto divertenti e non privi di una dimensione umana tragicomica, i personaggi interpretati da Peppe Lanzetta, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Carmine Paternoster e Gaetano Di Vaio (ideali strumenti di una ottima jazz band che suona variazioni libere su uno standard come il brano di Dave Brubeck del titolo) rimangono sempre confinati nello squallore della piccola criminalità, di cui non si nasconde meschinità e desolazione.

Take Five non è di sicuro un’opera perfetta e il calo di ritmo della seconda parte, che si rintana in interni forse fin troppo teatrali perdendo il mordente e l’interesse sviluppato in precedenza, rischia di tagliare le gambe a un film che del resto, dettagli decisivi a parte, si affida a una struttura risaputa e ripetuta più e più volte in passato. La vivacità delle interpretazioni e della messa in scena, tuttavia, riscattano almeno in parte questi lati negativi e in fin dei conti non si può non consigliare di supportare un tentativo onesto e riuscito di dipingere la malavita senza abbellimenti ed eccessivi infingimenti spettacolari.