Ci voleva la morte del suo protagonista Philip Seymour Hoffman, scomparso lo scorso 2 febbraio a causa di un’overdose, per vedere arrivare in sala Synecdoche, New York, il film girato nel 2008 da Charlie Kaufman.

L’unica pellicola da regista dello sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello e Essere John Malkovich viene implicitamente proposta al pubblico italiano come “il testamento artistico” dello straordinario attore: e nonostante la logica e la cronologia ci direbbero altrimenti, i rimandi e i presagi della storia contribuiscono singolarmente a rendere plausibile una lettura altrimenti erronea.

Opera mostruosa per ambizione, coerenza e sforzo produttivo, Synecdoche racconta la vicenda di Caden Cotard (Hoffman), un regista teatrale in crisi sentimentale, famigliare e artistica che dopo aver messo in scena Morte di un commesso viaggiatore vince un premio per creare il suo capolavoro.

Nel frattempo il suo matrimonio va a rotoli quando la moglie Adele (Catherine Keener), pittrice, parte per Berlino portando con sé la figlia e iniziando una relazione con l’assistente Maria (Jennifer Jason Leigh). Caden, afflitto da una misteriosa malattia degenerativa, inizia prima una relazione con l’addetta al botteghino del teatro, Hazel (Samantha Morton), e poi sposa l’attrice dello spettacolo, Alice (Michelle Wiliams).

Lentamente il suo titanico progetto artistico inizia a prendere forma: una ricostruzione in scala 1:1 della propria vita e di quella dei suoi attori ambientato in un gigantesco magazzino abbandonato, in cui viene realizzata un po’ alla volta la città circostante. Una messa in scena che dura una vita di intera, sovrapponendo artificio e coscienza, che rifiuta il principio del limite (dell’inquadratura, del quadro, dello spartito) insito nell’arte.

La sineddoche è l’artificio retorico con cui si sostituisce un termine con un altro, legato al primo da un rapporto di quantità. La parte per il tutto, in parole povere. Ed è questo lo scopo che si prefigge Caden con la sua pièce, secondo un disegno artistico che richiama tanto la performance quanto l’autoanalisi, per non parlare poi dell’essenza stessa della narrazione quale procedimento implicito che ogni persona attua dentro di sé per comprendere e venire a patti con la realtà.

Non è difficile intuire perché questa sia rimasta, finora, l’unica testimonianza registica di Kaufman. In un certo senso Synecdoche, con la sua atmosfera progressivamente sempre più plumbea, malinconica e lacerante, è un’opera finale, definitiva, assoluta, oltre la quale non può esserci che il silenzio. Si aggiunga poi la matrice autobiografica, e si capirà quale via crucis psicologica, tanto feroce quanto necessaria, sia questo coacervo di ansie, delusioni, tormenti esistenziali dell’autore.

Il passo lento dato dal montaggio, la fotografia di Frederick Elmes (già dietro la macchina da presa in Eraserhead, per esempio) e la musica dolente di Jon Brion creano un edificio stilistico affascinante quanto estenuante  grazie al quale il regista muove liberamente i fili dei suoi personaggi, come fosse un burattinaio postmoderno.

Tanti gli espedienti metaforici usati dal regista allo scopo di immergere il pubblico nell’esperienza di Caden: il tempo scorre a velocità irregolare, come quando tutto d’un colpo ci si accorge di essere invecchiati; le persone cambiano fisionomia, vengono sostituite da altri attori e infine muoiono; il confine tra la sua vita e la finzione, in cui si recita una parte sempre mutevole, è labile, forse perché fino alla fine l’uomo non si accetta davvero per quello che è. Questi e altri sono anche i temi di in un colosso filmico che andrebbe avvicinato con una certa prudenza, per non correre il rischio di uscire depressi, frastornati e annichiliti dalla sala.