Fare un film su quello che viene definito il Miracolo sull’Hudson poteva essere facile. Le carte in regola per essere un film avvincente le aveva tutte: un eroe che salva i passeggeri da morte sicura e sono tutti felici e contenti. Ma invece Clint Eastwood ha deciso di non cadere in facili spettacolarizzazioni scegliendo di raccontare, in Sully,  quello che c’è stato dopo “il miracolo”, di parlare di un uomo vero che rifiuta di essere chiamato eroe e di indagare, con estremo rigore, la realtà dei fatti.

D’altronde non gli si può dare torto, è molto più interessante scoprire come un uomo possa trovarsi diviso tra due realtà, quella contrapposta dei media che lo osannano, dei passanti che lo riconoscono e lo abbracciano e quella di chi cerca un suo possibile errore, per ragioni economiche, in cui il fattore umano perde d’importanza e tutto si basa su freddi calcoli e numeri. Ad incarnare tutto questo c’è Tom Hanks, che ha studiato Chesley Sullenberger, il vero pilota protagonista dell’accaduto, in ogni dettaglio, regalandoci un’interpretazione priva di forzature e realistica. Accanto a lui Aaron Eckhart e Laura Linney, anche loro scrupolosi nel rappresentare i reali protagonisti dell’accaduto, e chi c’era davvero quel 15 gennaio del 2009. Clint Eastwood infatti ha voluto coinvolgere i testimoni oculari, i soccorritori e i poliziotti veri, facendogli rivivere quella giornata memorabile.

I set di Eastwood sono noti per essere molto professionali, l’armonia è costruita grazie alla presenza dei soliti collaboratori, dal direttore della fotografia Tom Stern allo scenografo James J. Murakami, dalla costumista Deborah Hopper al montatore Blu Murray, capaci di dare profondità a ciò che viene raccontato. Grazie a questo la narrazione è asciutta, non tenta di strappare qualche lacrima, eppure non è mai fredda e arriviamo a capire ogni cosa di Sully, il suo essere tormentato dal dubbio di non aver agito al meglio, i suoi incubi notturni per quello che sarebbe potuto succedere, la sua ansia nel tentare di contare i superstiti, e su tutto, la sua reale umiltà, in cui non c’è traccia di buonismo, ma solo una ferrea determinazione a fare bene il proprio lavoro.

Sullenberger spiega molto bene perché l’accaduto abbia colpito così tanto la popolazione americana “Parte del contesto emotivo di questa vicenda è che sia avvenuta in un momento della nostra storia in cui c’era molta preoccupazione in tutto il mondo, e su più fronti: era il post 11 settembre, c’erano le nostre truppe in Medio Oriente, e la crisi finanziaria del 2008 … la gente era preoccupata. Il fatto che questo sia successo a Manhattan e che siamo tutti sopravvissuti, beh, penso che abbia fatto riaccendere nella gente la speranza, anche in coloro che non erano direttamente collegati col volo”. E Eastwood riesce a rendere al meglio proprio questo sentimento, sottolinenando come una notizia del genere possa creare un clima di ottimismo.

Anche se la notizia è rimbalzata in tutto il mondo naturalmente è a New York che ha avuto il suo impatto dirompente, e allora la città diventa protagonista insieme agli attori, le sue luci e i suoi grattacieli accompagnano le corse notturne di Sully, con una presenza che respira, viva e palpabile.
Nonostante lo spettatore sappia fin dall’inizio che andrà tutto bene il film riesce ad essere così vero che sembra di essere su quell’aereo, di alzarsi in volo e di trovarsi a mezz’aria, sospesi senza motori, e un’ansia sottile si insinua quando ci rendiamo conto insieme a Sully, che l’operato che sembra poter solo essere lodato verrà invece sezionato e criticato, in nome di un profitto senza scrupoli. Il sospiro di sollievo finale ci ricorda che il fattore umano può davvero fare la differenza e che è bene non dimenticarlo mai.