Il film su Steve Jobs del regista britannico Danny Boyle non è un biopic, ovvero non è un film biografico. Chi si aspettava di rivivere la complessa vita del co-fondatore di Apple rischia dunque di restare deluso. Fatta questa premessa, però, è bene anche sottolineare che costui farebbe un grosso errore a non vedere questo film.

Steve Jobs è un film altamente coinvolgente sotto il profilo emotivo, merito di una tensione drammatica mai banale, che poggia su una costruzione tipicamente teatrale. Tre atti per altrettanti momenti significativi nella vita di Jobs: il lancio del computer Lisa, il lancio di Next e il lancio del primo iMac. Ovvero, l’ascesa, la caduta e la resurrezione.

Boyle compone quel che lui stesso definisce “un affresco astratto”, un mix di fatti reali e altri immaginati, intrecciando alcuni dei rapporti personali più importanti della vita del “genio del marketing” con i minuti immediatamente precedenti l’ingresso sul palco, di fronte alle sale gremite. Nel corso della nostra intervista, Boyle ha detto: “Lo script era molto buono, sebbene lungo e poco cinematografico. Ed è un tema contraddittorio, ma io volevo renderlo immersivo, un’incredibile battaglia di menti riprodotta sul grande schermo. Per me è stata una sfida”.

L’impalcatura narrativa poggia sulla straordinaria complessità e forza di un uomo votato al successo e al contributo verso lo sviluppo della tecnologia, assorto a mito mentre era ancora in vita, ma anche di un essere umano noto per i suoi modi spesso bruschi e talvolta spietati con i suoi sottoposti e al contempo estremamente fragile, segnato dal senso di rifiuto piuttosto tipico di un figlio adottivo.

“Steve Jobs in America è visto come un pioniere, alla stregua di altri importanti businessman come lui. Lui stesso ha contribuito a creare questo mito. La prosperità americana poggia su queste figure. Trovo quindi incredibile che questo uomo, uno dei più ricchi e potenti al mondo, provasse un tale senso di abbandono, sentendosi abbandonato dai suoi genitori biologici, un fatto che ha plasmato la sua esistenza. Non è un caso se i suoi prodotti, sebbene nati per gli utenti, fossero concepiti all’interno di un sistema chiuso: dovevano restare sotto il suo controllo. È stato lui stesso ad ammetterlo [nella biografia autorizzata di Walter Isacsson, NdR] così come di aver trattato sua figlia Lisa come, se non peggio, di come si sentì trattato lui stesso. Per me e per Sorkin, nei suoi prodotti egli incanalò il proprio amore: voleva che il pubblico amasse i suoi prodotti e, di riflesso, che lo amasse. Se ci pensate, alla fine gli abbiamo dato ragione: siamo talmente attaccati a questi oggetti ormai che non potremmo più vivere senza”.

Nonostante la maggior parte del film sia stato ripreso in interni, ovvero nei backstage dei teatri dove Jobs presentò alla stampa e al pubblico i suoi prodotti, le sequenze scorrono energiche su lunghi, vibranti dialoghi, merito della sapiente sceneggiatura di Aaron Sorkin. “Sorkin ha la reputazione di essere uno rigido, ma invece è stato fantastico”, ha detto Boyle, “In alcune occasioni ho voluto cambiare in corsa la sceneggiatura e insieme abbiamo riscritto le parti. La scena con le grandi pareti, ad esempio, inizialmente doveva avere luogo in uno spogliatoio, ma poi ho voluto che fosse ripresa davanti allo staff della Apple, i figli di Apple, con indosso le magliette con la Mela morsicata. È stato un anacronismo dato che nessuno ha indossato quelle magliette prima dell’apertura del primo Apple Store, avvenuta tre anni dopo i fatti narrati. Un altro esempio della nostra collaborazione è arrivato quando qualcuno ha chiesto a Kate Winslett perché Jobs non facesse l’amore con la sua assistente, dato il tipo di rapporto che c’era fra di loro, e lei ha risposto ‘non facciamo mai l’amore perché non ci amiamo’. Abbiamo aggiunto questa battuta in una scena”.

E posa cosa dire del protagonista? Michael Fassbender dà l’ennesima, straordinaria prova interpretativa. Nonostante la scarsa somiglianza, la sua recitazione è tale da nascondere i propri tratti somatici, così diversi dal personaggio reale, facendo emergere vividamente l’uomo che Jobs è stato nell’immaginario collettivo. Non gli occorrono goffe movenze e imitazioni. Fassbender è Steve Jobs. “Michael è straordinario. Assorbe lo script, non lo impara! Sia prima che durante le riprese, lo leggeva tre o quattro volte a giorno, a voce alta, anche la notte prima delle riprese. Lo assorbiva di pelle, non di testa. Durante le riprese non ha mai riletto lo script, e non ha mai sbagliato una battuta. Credo faccia così con tutte le sue parti. La sua recitazione è un’osmosi”.

A sostenere e rafforzare la prova di Fassebender l’ottimo contributo recitativo degli altri interpreti che hanno dato voce e forma ad alcune delle figure chiave nella vita di Jobs: la marketing executive e amica Joanna Hoffman (appunto Kate Winslett), il CEO di Apple John Sculley che Jobs strappò alla Pepsi (Jeff Daniels), il co-fondatore di Apple, Steve Wozniak (Seth Rogen), e la madre di Lisa, Chrisann Brennan (Katherine Waterson).

I deludenti risultati al botteghino negli Stati Uniti non sono certo la corretta cartina di tornasole, come lo stesso regista ha tenuto a sottolineare: “Dopo un buon inizio a New York e Los Angeles, il film è stato presentato come un blockbuster nel resto degli Stati Uniti. Ma questo non è quel genere di film. Abbiamo avuto troppa fiducia e voluto troppa visibilità. È colpa nostra, saremmo dovuti essere più modesti”.

Per finire, Danny Boyle ci racconta un retroscena interessante: “La vedova non voleva il film. Ha persino telefonato a tutti gli attori ingaggiati per scoraggiarli. Volevo rispettare il suo dolore, ma ho deciso lo stesso di andare avanti perché il mio film non la riguardava da vicino”.