L’attesissimo prequel/spin-off di Star Wars si posiziona tra le due trilogie principali, esattamente tra Episodio III e Episodio IV. Vi ricordate il punto debole della Morte Nera? Il punto esatto in cui colpendolo, il pianeta killer sarebbe stato distrutto? In Rogue-One si forma il manipolo di ribelli che dovrà dare la caccia proprio ai piani di costruzione in possesso dell’Impero Galattico, per fornire il futuro e ben noto assist ai primi film di George Lucas.

Il nuovo regista Gareth Edwards mantiene alta la bandiera dell’azione portandola su pianeti e territori inediti. Probabilmente verrà ricordato come il regista della guerra poiché il suo capitolo sposta quasi tutto il focus su scene di battaglia. Lunghissime, complesse, narrate da ogni punto di vista visivo e strategico possibile. Se non fosse per il franchise intorno potrebbe essere semplicemente un buon film di genere come non se ne vedevano da un po’. Invece ci riporta in quella Galassia lontana lontana accogliendo personaggi inediti. Se nuovi martiri o jedi diversi da quelli che conosciamo starà al pubblico scoprirlo. Qualche vecchia conoscenza viene riportata alla vita o alla passata gioventù dalla computer graphic ma è Felicity Jones l’inedita protagonista affiancata dal buon Diego Luna, Forest Whitaker, Mads Mikkelsen e l’ottimo nuovo cattivo Ben Mendelsohn.

Più guerra, meno spada laser. Se era l’arma jedi a marchiare tutti i capitoli precedenti ora A Star Wars Story con il suo articolo indeterminativo diventa titolo più che mai all’uopo. Pregio ne è l’espansione dell’universo in anfratti sconosciuti. I romanzetti d’appendice potrebbero essere chiamati in causa per altre aggiunte cinematografiche. Le potenzialità narrative appaiono infinite, anche se la Disney ha già la sua linea ben programmata. Le nuove generazioni di spettatori potranno avvicinarsi alle saghe da punti di vista differenti ma soprattutto con un mainstream riaggiornato ai loro formati e sui loro gusti. Un esperimento bifronte perché dall’altra parte c’è la vecchia guardia dei fans che se da un lato vede rinverdirsi il proprio universo di fantasia, dall’altro ne subisce qualche castrazione. Oltre alla sceneggiatura che gode e soffre di momenti alterni, le musiche di Michael Giacchino ne sono un esempio. Pur mantenendo la potenza evocativa di quelle di John Williams, spesso si fatica a distinguere l’omaggio dalla fugace variazione sul tema a scopo di marketing dei nuovi immaginari. E a questo proposito le 750 sale italiane impegnate nel lancio parlano chiaro. E voi da quale parte della Forza starete?