Che Jon Watts avesse dato una bella mescolata alle carte in tavola era abbastanza prevedibile già dal footage di pochi giorni fa, ma non così tanto. Non così perfettamente. Il nuovo Spider-Man non ha più bisogno del tassello narrativo sulla genesi, sul morso del ragno e sulla mutazione di Peter Parker perché il ragazzo è un quindicenne e il suo mondo è già in continuo subbuglio. I poteri sono già ben chiari, è il ruolo di questo super-ragazzo che deve definirsi. Ogni cosa è in itinere: le amicizie, i gruppi di studio, gli amori scolastici, il suo stesso rapporto di protezione reciproca con la zia May. E lei stessa, in versione bella signora italiana del quartiere, una Marisa Tomei piena di autoironia, corteggiata inconsapevolmente anche nei ristoranti ma perennemente concentrata nel bene di Peter. Anche la vita, da eroe in calzamaglia a pupillo di Tony Stark, fa i capricci, e soprattutto la voglia di riscatto e le mille difficoltà nell’aiutare la città di New York, il suo Queens. Tutto viene riportato su un piano di vita quotidiana, non più superproblemi, ma cose di tutti i giorni a forgiare il supereroe. La liquidità della vita sociale a quindici anni ha bisogno di regole, insegnamenti, piccole responsabilità che esercitino alla vita, ma un segreto così grande è difficile da non riprendere con il telefono quando il braccio destro di Iron-Man ti porta in aereo fino all’Europa, dove ruberai lo scudo a Capitan America.

Il regista era venuto per presentare il film a Roma insieme a Tom Holland, una decina di giorni fa, e aveva pienamente ragione nel dire che aveva rinnovato tutto il mondo di Spidey. Ad esempio niente Mary Jane, ma un’inedita Michelle, interpretata dalla star musicale Zendaya si mimetizza nel ruolo di una solitaria nerd, mentre Peter ha una cotta per la più bella della squadra di quiz culturali, Liz, volto e occhioni di Laura Harrier. Watts si diverte a confonderci come anche capovolgendo immagini icona lasciate in eredità da Raimi. Al primo bacio di Tobey McGuire con Kirsten Dust, Spidey era a testa in giù, in un vicolo, sotto la pioggia. Ora, appeso al soffitto di casa, Peter studia insieme all’amico paffuto e unico a conoscere il suo segreto: un rimando affettuoso quanto dissacrante. Una coppia di nerds come loro non si vedeva dal tempo dei Goonies. Lui è Ned, Jacob Batalon. Occhio a questo ragazzone new-entry perché innesca una serie di duetti pieni di ritmo e gag sulla linea comica del film.

Oltre al Queens nuove locations di sequenze fondamentali contro l’Avvoltoio sono il Monumento a Washington e il Luna Park di Coney Island, ma monumentale si erge Michael Keaton con il suo villain alato che incarna la lotta di classe tra il piccolo imprenditore schiacciato dalla crisi contro le multinazionali al di sopra della legge rappresentate dalla Stark Industries. Anche qui Watts gira le carte e stupisce il pubblico con la scelta di Keaton. Se il Batman della DC era un protettore di Gotham City, l’Avvoltoio minaccia New York con i suoi traffici di armi dalla tecnologia aliena. Avrebbe meritato più spazio e tempo su una durata così generosa, ma il dialogo con Peter filtrato soltanto da uno specchietto retrovisore s’impone tra i momenti migliori del film. Per un attimo sembra che il ghigno di Joker/Nicholson gli si stampi in faccia, per quel duetto. Se omaggio o reminiscenza guascona di Keaton, forse un giorno lo scopriremo. Da grande vecchio passa anche Robert Downey Jr. con il suo Iron-Man super-mecenate. Personaggio chiave per la crescita del ragazzo, il nuovo ruolo del capo degli Avengers è l’invenzione più innovativa per una narrazione inedita di Spider-Man. Da ora in poi il Marvel Cinematic Universe non potrà avere più direzioni prevedibili. Il ché vuol dire nuova linfa a fiumi.

Si, quindi Spider-Man: Homecoming è una bomba, e sarà nelle sale il 6 luglio. La prima mondiale si è tenuta il 28 giugno a Los Angeles, mentre quella italiana ieri sera a Roma. Oltre due ore e venti di disavventure adolescenziali, salvataggi all’ultimo secondo e combattimenti spericolati scorrono come l’acqua per un nuovo capitolo che ha messo tutti d’accordo con un applauso finale. Insomma, nuova musica per la Marvel. E nuova colonna sonora da ricordare. Michael Giacchino impugna le note della sigla originale del cartoon anni sessanta, quella ritornata famosa pochi anni fa con Michael Bublé e la rende aria orchestrale piena di pathos supereroistico. Non solo, perché la  combina anche con il motivo centrale degli Avengers ottenendo una serie di versioni per un soundtrack che somiglia a una mini opera. Ci pensano altri pezzi moderni e alcuni evergreen a sostituire l’orchestra per momenti più rock. Anzi, punk. Come la Hey ho! Let’s go dei Ramones, che torna alla grande. I titoli di coda fanno da omaggio pop alla sigla televisiva originale: gli stessi colori animati in plastilina prima di quelli classici su nero. Ma se sarete “pazienti” fin oltre la fine, una nuova scena bonus in stile Marvel sarà il vostro “premio”.