In scena a RomaL’Arma”, un testo di Duccio Camerini, già finalista al 50° Premio Riccione per il Teatro, con la regia di Aureliano Amadei, interpretato da Giorgio Colangeli, Andrea Bosca e Mariachiari Di Mitri.

Anche con “L’Arma”, in cartellone fino al prossimo 12 maggio, il teatro Vascello conferma l’ottima qualità della propria stagione, che lo rende uno degli spazi più stimolanti e creativi della città.

Uno chalet di montagna, appartato dal mondo ed invisibile ad esso, dove un figlio legittimo di un anziano uomo incontra la pseudo sorellastra quindicenne, una ragazza che vive con l’anziano da quando era neonata, abbandonata ad esso dalla madre o forse rapita. L’uomo è sulla scena, ma tuttavia gli altri due protagonisti ci dicono che è morto di recente e il racconto della sua esistenza è affidato ad un nastro registrato con la sua voce.

Cosa ci dice il vecchio uomo. Fallita la propria vita, tradito malamente dalla moglie, diventa barbone e vive ai margini della società, finché ha l’occasione di riscattarsi, portando con sé la bambina, un gesto obbligato, non sappiamo se dall’abbandono della madre o se da una non precisata necessità. La bambina diviene “l’arma” nelle sue mani per creare un nuovo ordine, per imporre una nuova pedagogia oppure è solo lo strumento per realizzare la propria vendetta. Infatti, questo suo riscatto è una fuga ancora più radicale, in questa cima isolata di montagna, spazio metafisico e meta-temporale che sembra dapprima rappresentare un ideale di pulizia e di non contaminazione, poi si delinea sempre più luogo intransigente e claustrofobico, dove l’uomo assume i caratteri di un aguzzino spietato e la bambina-adolescente quelli della vittima sacrificale.

Nei dialoghi e nella gestualità abbiamo un continuo confronto tra questo spazio ed il mondo di sotto, che vive secondo inaccettabili regole e che deve essere tenuto a distanza. L’arrivo del figlio legittimo, inatteso, scardina questo ricercato equilibrio ed apre una dialettica profonda tra i personaggi, permettendo all’autore di esprimere la propria poetica, che è un messaggio di dolore e di sofferenza rivolto agli spettatori, per una realtà cattiva e di impossibile cambiamento.

Aureliano Amadei maneggia un testo non semplice e riesce bene sia nella creazione scenografica che nelle gestione dei caratteri e della recitazione. Gli spettatori vengono trascinati in continui scarti temporali e spaziali, senza che perdano il filo della narrazione e possono godere i molti momenti di intensa liricità.

Gli attori danno una prova del tutto convincente: Giorgio Colangeli nella parte dell’anziano, Andrea Bosca in quella del figlio legittimo, Mariachiara Di Mitri infine è la giovane ragazza. Ancora una nota su quest’ultima : a soli 15 anni, la Di Mitri si pone in scena con passione e forza, tali da fare di lei una bella promessa del nostro teatro, una volta superate con la formazione le naturali acerbità della sua giovane età.

In conclusione, un lavoro che raccomandiamo di vedere, per la sua capacità di coinvolgere emotivamente ed intellettualmente il pubblico, per il tentativo di inserirsi nella corrente teatrale che esplora l’altro, il lunare, l’invisibile, ciò che viene continuamente evocato, ma non appare.