Sarà in cartellone fino al 21 aprile al Piccolo Eliseo di Roma “Da Krapp a Senza Parole” di Samuel Beckett, regia di Glauco Mauri, in scena lo stesso Mauri e Roberto Sturno.

Sul palcoscenico soltanto un cumulo di spazzatura, illuminata da una violenta luce bianca. Si sente un vagito, poi un respiro, alcuni brontolii, infine un rantolo, ed è finita. Si consuma così, in una tragica immutabilità, la vita umana. E’ il riassunto estremo dell’esperienza del mondo secondo il grande Beckett, ed è anche la sintesi del lavoro splendido, davvero da non perdere, presentato questi giorni a Roma dalla consolidata compagnia Mauri/Glauco, che unisce uno dei più grandi attori ed artisti italiani ad un interprete sempre più raffinato ed espressivo.

L’episodio che abbiamo citato, denominato “Respiro” è il primo dei quattro che, oltre al Prologo, compongono la spettacolo.

Nel Prologo i due protagonisti escono da due bidoni, a richiamare subito Negg e Nell di “Finale di partita”. La frase, pronunciata da entrambi, “nulla è più comico dell’infelicità” ci annuncia quello che vedremo più tardi, in un crescendo di rassegnata immutabilità, triste ironia, speranze disilluse.

Beckett è sempre presente, non solo con il suo lavoro, ma anche con fotografie, filmati, scritti che entrano ed escono nel e dal lavoro in scena.

Nel secondo episodio, “Improvviso dell’Ohio”, i due attori interpretano due donne anziane, ridotte a maschere di cera. Una legge un testo teatrale, l’altra ascolta, intervenendo esclusivamente con colpi sul tavolo, per rimarcare i passaggi della lettura, le emozioni, gli errori di interpretazione nel testo.

In una apparente immobilità, si lascia che la rappresentazione scavi profondamente nella poetica di Beckett, nella sua visione del mondo e degli uomini.

Nel terzo episodio, “Senza parole”, Sturno è da solo in scena. E’ una recitazione soltanto mimica, di grande intensità. E’ qui che lo sberleffo dell’autore diviene disperato sarcasmo : il personaggio è circondato dagli oggetti quotidiani e banali dell’esistenza, ma non riesce a governarli, ne perde la possibilità d’uso, ne subisce un’ostilità insormontabile, un’inspiegabile rivolta. L’unico scampo è il suicidio, ma, estrema ironia e beffa, non riesce neppure in questo proposito.

Il secondo atto è tutto occupato dall’ “Ultimo nastro di Krapp”, interpretato dal solo Mauri. E’ una pièce tra le più celebri di Beckett, rappresentata molto spesso da sola. Un vecchio uomo si cimenta con un magnetofono, riascoltando una sua incisione giovanile. In quella voce c’è la speranza di un futuro migliore o almeno di qualcosa che abbia senso nella vita. Tutto falso, tutto inutile. Quello che l’uomo anziano è o è diventato è esattamente identico a quello che fu ai tempi della registrazione. Nulla si è mosso. E la vita è soltanto il malinconico e ridicolo girare a vuoto del nastro, senza più alcuna voce.