Spartacus – War of The Damned della Starz ha toccato il suo culmine lo scorso 12 Aprile, dopo 4 stagioni (di cui un prequel, Gods of Arena), mettendo fine alla leggenda dei ribelli che volevano conquistare Roma. Ecco una recensione della serie nella sua totalità (e senza spoiler dell’ultimo episodio), sin dalle sue origini insieme allo Spartacus di Andy Withfield.

Per una che le serie tv le divora come fossero patatine, godendo non solo di trama e recitazione ma anche per belle regie e fotografia,  i finali sono sempre difficili da digerire. In un film ti affezioni per due ore massimo e poi ti dimentichi dell’empatia che hai provato per i protagonisti; una serie tv coltiva quel sentimento per anni, costruendo intorno alla storia non solo cambi di sceneggiatura, ma soprattutto personaggi che evolvono sotto i nostri occhi, con un carattere, una voce e, a seconda della penna dello sceneggiatore, anche un cuore.

Conto sulle dita di una mano i libri, i film e le serie tv che mi hanno trascinata in un vortice di lacrime come il finale di serie di Spartacus – War of The damned (Il miglio verde; Lost tra quelle che mi hanno provocato convulsioni): do la colpa al fatto che l’affezione ai protagonisti era diventata talmente alta che vederli arrivare a una fine mi ha letteralmente colpita in pieno viso. Per me questo è un merito: vuol dire che ho seguito per quattro anni una bella serie.

I creatori di Spartacus, tra cui Steven DeKnight, che si è fatto portavoce del messaggio del ribelle in una serie di interviste che vi consiglio di leggere su Tvline.com, non hanno mai avuto il percorso spianato: una prima stagione di successo (Blood and Sand) con la rivelazione Andy Whitfield, poi venuto a mancare per colpa di un cancro; l’abbandono di molti fan presi da sconforto per il probabile re-casting del protagonista; un prequel (Gods of Arena) che ha delineato un altro eroe, Gannicus, la vera, grande vittoria degli sceneggiatori; l’arrivo di Liam Mc Intyre, per molti non all’altezza di Withfield per mancanze attoriali e fisiche; una seconda stagione (Vengeance) in cui la mancanza dei cattivi Batiato e Lucretia (John Hannah e Lucy Lawless) non ha fatto altro che pesare sulle spalle di questi già traballanti presupposti.

Eppure, con una sceneggiatura forte e dei personaggi di spessore (da Crisso a Enomao, fino al cattivo Crasso e al badass Cesare dell’ultima stagione), l’amore dei fan per questa serie è cresciuta a dismisura: fino all’epilogo dolce-amaro, commovente ed emozionante come solo il finale di una serie come Spartacus sa essere.

Intrattenendo con sesso spinto, battaglie cruente e splatter, Spartacus ha saputo spezzare l’incantesimo per cui i drammoni intrisi di morte ed eroismo dovessero per forza essere pesanti come un macigno. Insieme a Gannicus, ai ribelli Agron, Crisso, Nevia  e a Spartacus abbiamo compiuto un viaggio: un viaggio che è stato saggiamente chiuso alla terza stagione, senza inutili diversivi.

La forza di Spartacus sta nel potere della sua storia, quella di uno schiavo che cerca di conquistare la libertà per lui e quelli come lui- e nella forza dei protagonisti, spesso supportati da attori molto in gamba, fisicamente nella parte, emotivamente in grado di portarci in un mondo lontano, fatto di crudeltà ma anche di grandi sentimenti, fino quasi a farci sentire parte di esso.

Con il tributo finale ad Andy Withifield, che per molti sarà il solo e unico Spartacus (con buona pace di McIntyre, che nell’ultima stagione si immedesima  e ci crede a tal punto da risultare però convincente ed emozionante) per me si chiude una delle serie migliori degli ultimi anni e si chiude nel migliore dei modi: senza indorare la pillola, forse traslando un po’ la Storia a scopi finzionali, ma in modo sempre alto, intenso.

Il mio consiglio è di recuperarla se non l’avete mai vista, di superare lo scoglio di splatter e sesso facile che vi accompagnerà fino alla fine (e che diverte molto all’inizio e poi diventa un tenue contorno) e di prenderla per quello che è: un ritratto vero e umano di persone che combattevano per un ideale, una storia d’amore, d’amicizia e di vendetta che ci accompagna per mano verso una fine amara ma liberatoria.

Gratitude.