Dopo aver esplorato i viziosi interstizi di Hollywood con Knight of Cups, il regista di culto Terrence Malick apre un altro vaso di Pandora: il mondo della produzione discografica e dei grandi festival. Un cast di prim’ordine compone con il suo quartetto di protagonisti la nuova giostra di personaggi. C’è la star nascente Ryan Gosling, coinvolta in una storia d’amore con una ex-segretaria anche lei musicista dal musetto dolce di Rooney Mara, che però lo tradisce con il seducente producer di entrambi Michael Fassbender. S’insinueranno in questo triangolo due outsider: Natalie Portman e poi l’elegante Cate Blanchett, presenti anche nel film precedente.

Forse i detrattori più impenitenti tradurrebbero Song to Song con un ironico “canta che ti passa”. Invece no. Il regista in ogni fotogramma sembra suggerire “guarda, ascolta, respira”. Sceneggiatura e macchina da presa fluttuano intorno a personaggi persi dietro le loro passioni spremendo momenti intrisi di continue micro catarsi. I dialoghi sono spezzati, ciò che ci viene concesso sono squarci di starità musicale filtrati da una mano poetica ancor prima che registica. Sì, il risultato finale somiglia molto al precedente lavoro. Qui però siamo ad Austin, capitale della musica e dei grandi festival pieni di rockstar. Patti Smith dispensa perle di saggezza all’adepa Rooney Mara, spiamo Iggy Pop chiacchierare amabilmente dal suo divanaccio nel backstage di un grosso concerto, mentre i Red Hot Chili Peppers si ruzzolano nell’erba con un Fassbender mai così divertito dal suo personaggio, più liberatorio per lui che libertino per noi. E poi Val Kilmer, l’imprevedibile biondo che sale sul palco a far danni. Ognuno sé stesso nel proprio cameo.

La fotografia di Emmanuel Lubezki abbraccia accogliente lo sguardo dello spettatore, ci pensa la macchina da presa, quasi frastornante, a ronzare intorno a ogni corpo. Solitamente il voyerismo della pellicola punta a una storia scansionandone tempi e personaggi in maniera logica e razionale, tessendo il tutto in narrazione. L’anti-voyerismo di Malick spinge invece oltre lo sguardo, intorno alle sue creature, in maniera ossessiva. Non si cerca la storia, ma l’anima di ognuno. Tutto diventa meno contornato, convenzioni e grammatiche dell’immagine cadono come petali e le essenze che rimangono non ci vengono consegnate in montaggi rigorosi e chiari, ma le cogliamo noi. Insomma, se il cinema è racconto, questo Malick è poesia. Due ore e dieci di versi visivi non sono per tutti, l’ultima mezz’ora diventa anche ridondante, un vortice liquido che si stringe sempre di più fino all’implosione.

Prendere o lasciare. Non ci sono mezzi termini in questo cinema dell’irrazionale. Né tantomeno regole comuni prefissate. Spalancate i sensi così come il regista dilata le lenti degli obiettivi. Gli spazi esplorati sono attici e ville sempre più glamour, talmente smisurati nelle metrature da sembrare location esterne. Così spogli da apparire quasi impersonali. L’invito è quello di perdersi nei piccoli trastulli dei personaggi come si farebbe nella mostra di un astrattista: abbandonarsi. Come i suoi attori, che in un mega-trip si strusciano come gatti, sperimentano fisicità sensuali, a volte ai margini del fetish, scambiandosi amore e tradimento. Un tratto visivo necessario da notare è che il sesso e i suoi preamboli vengono richiamati in continuazione, ma nelle infinite danze ordite da Malick non ci sono baci sulla bocca: la poetica del suo occhio li scarta sottraendo alla brama dello spettatore le logiche conclusioni del più classico suggello d’ogni intesa fisica e sentimentale.

Sempre i detrattori vi diranno che in questo “minestrone riscaldato” il regista “ci butta dentro di tutto”. La musica invece, nella poetica malickiana, funge da manto che distribuisce i pantoni emotivi. Il completamento di un lirismo attraverso i generi, come un interminabile bolero: dalla classica di Malher a Bob Dylan, dalla stessa Smith al pogo indie dei Black Lips, dal blues pieno di Elmore James all’hip hop elettrico dei Die Antwood. Una colonna sonora che abbraccia una quarantina di brani. Ma non credete che basti, perché al piano e chitarra anche gli attori vi regaleranno qualcosa. Non per niente Austin è la Hollywood della musica. Quartier generale per case discografiche e artisti in cerca di etichette e successo, creatura urbana fatta di sogni e locali cool, ospita grandi eventi musicali come il South by Southwest,il Fun Fun Fun Festival e l’Austin City Limits Festival. Le reali location utilizzate per le scene di live e backstege.