Per Sam Mendes (premio Oscar con American Beauty, ben tredici anni fa), c’è sempre una prima volta. È ad esempio la prima volta che il grande regista gira un film su 007. Ma la passione per l’agente inglese che protegge la regina e scova le verità, ammaliando le donne, Mendes l’ha sempre avuta.

“Guardo i film di Bond da quando ero bambino, i produttori mi hanno lasciato libertà totale, abbiamo mantenuto gli effetti speciali, ma li abbiamo resi più credibili dando spessore ai personaggi e alla vicenda”.

Lavorare in libertà è importante. A conferirgli carta bianca è stata Barbara Broccoli, produttrice del film (figlia d’arte, dal momento che suo padre è il leggendario guru del cinema Albert Broccoli, l’italoamericano che cominciò la saga dei film sull’agente segreto tratti dai romanzi di Ian Fleming).

Anche il grande Daniel Craig, attore che ha ridato lustro al personaggio di 007, reinventandoselo, ha voluto che Mendes agisse in libertà e potesse esprimere al cento per cento il suo grande talento.

Proprio come ha fatto Craig nei due episodi precedenti nei panni di Bond (Casino royale e Quantum of Solace). Craig non è solo un divo, è un attore vero, in grado di restituire a Bond un po’ del fascino che aveva durante gli anni d’oro in cui veniva interpretato da Sean Connery.

Craig tiene molto a Bond. È co-produttore, co-sceneggiatore, quasi co-regista, tanto che fissa lui alcune condizioni, alcune regole, così da poter fare di questa saga infinita qualcosa di artisticamente valido, non solo un film da cassetta:

“Stavolta volevamo fare un Bond classico, un Bond migliore. Mi sono riletto i romanzi di Fleming, ho rivisto i film degli anni Sessanta, era questa l’atmosfera che cercavamo, pensiamo di esserci riusciti”.