Si torna nella città del peccato, dove il noir la fa da padrona, dove la femme fatale crea e distrugge tutto, dove morire in fin dei conti non conta molto. Ma, come per magia, l’inarrestabile sfida tra Eros e Thanatos si placa, il finale c’è e difficilmente assisteremo ad un nuovo seguito. Meno male, direi, anche se in senso lato il film è sicuramente godibile e ha il suo punto di forza in due costanti: il bianco e nero e il 3D, essenziali.

Facciamo un passo indietro: era il 2005 quando usciva il primo capitolo di questa saga noir. Fu subito un film cult, ma lì nacquero problemi di natura finanziaria (l’insuccesso dell’operazione Grindhouse con Tarantino) e ripensamenti, che fecero slittare l’uscita del seguito. Ora Sin City 3D – Una donna per cui uccidere, è realtà: il film c’è, ma questi quasi dieci anni è come se non fossero esistiti. Tutto rimane fedele alla graphic novel originaria, al quale sono stati aggiunti alcuni dettagli direttamente di Frank Miller. La novità principale è il 3D: per alcuni è risultato forzato, a me invece ha convinto molto. Anzi, dirò di più: senza il 3D, il film non avrebbe la stessa rilevanza e lo stesso potere visivo.

Tra le sequenze più riuscite di Sin City c’è sicuramente quella del tuffo di Ava Lord/Eva Green, ma in generale il film piace perché offre al pubblico quello che lo stesso chiede: donne bellissime, dalle curve mozzafiato e disinibite (con l’aggiunta di qualche scena di sesso che non fa mai male), eroi che vanno contro la legge e che uccidono anche senza un motivo, vendette personali, giustizia privata e uomini che fanno di tutto per il vil denaro. C’è tutto quello che serve per portare in auge un film come questo ed etichettarlo a pieni voti come un bel noir: la donna, l’enigma da risolvere, i mille volti dei personaggi. Già, i personaggi: ottima la prova di Eva Green e Mickey Rourke, nonostante quest’ultimo ormai appaia ben lontano da quello che faceva sfracelli di cuori negli anni ’80. Rivedibile la prova di Jessica Alba, che ancora una volta ha fatto vedere di aver bisogno di crescere ancora caratterialmente.