Non era mai successo che un film italiano aprisse la Semaine de la Critique al Festival di Cannes. Hanno lasciato un bel ricordo dal 2013 Fabio Grassadonia e Antonio Piazza quando, sconosciuti ai più, si aggiudicarono il Premio Rivelazione e il Gran Premio per la stessa sezione con il loro Salvo.

Il film è stato presentato questa mattina sulla Croisette e da oggi è nelle sale italiane. Lo abbiamo visto anche noi e l’effetto è stato straniante. La macchina da presa ci fa ruzzolare in un paesino dell’entroterra siciliano, siamo esattamente nell’anno 1993, come si evincerà da un album dei calciatori Panini. Ma la ricostruzione tra Fiat Uno e zaini Invicta completano l’epoca. Luna, innamorata del compagno di classe Giuseppe gli scrive una lettera in cui si dichiara. Abbracciati in motorino, baci innocenti, i due sarebbero felici insieme, nonostante la madre bacchettona di lei, ma il problema vero sarà la sparizione del ragazzo, anzi il suo rapimento, perché figlio di un pentito. Inizia un doppio filo narrativo che si connetterà grazie ai ricordi di quella lettera, unico appiglio durante la prigionia da una parte, e la testarda ricerca dell’amato in luoghi e nascondigli segreti dall’altra.

Grassadonia e Piazza indagano sulle inquietudini adolescenziali con dialoghi rari e compendiosi. Nel contrasto sull’argomento aldilà, per contrasto, il loro cinema si fa più che mai materico. Se in Salvo il coinvolgimento dei cinque sensi era incollato ai personaggi, in Sicilian Ghost Story è lo spettatore stesso ad essere coinvolto con i suoi sensi, anzi trascinato in un gorgo cinematografico che porta allo straniamento. Erba, acqua, pietra, foglie, cemento, sembrano quasi prendere in posto della nostra comoda poltrona numerata: magia del cinema. Gli autori utilizzano le immagini di una Sicilia boschiva quasi inedita e confezionano il tutto con un taglio così immaginifico e denso di sospensioni temporali da somigliare a una graphic novel. Poi però il vezzo dei capelli blu di Luna e dell’amica, tinte per gioco per ribellione adolescenziale assurge a simbolo di dissenso civile verso una società malata di omertà. Si parla di mafia coniugandola al mondo murato dei sequestri ma attraverso la sensibilità cognitiva di un’adolescente. L’elemento fantasmatico non è da effetto speciale, da visione straordinaria, ma da sensazione, da sesto senso che i registi riescono a imprimere comunque sullo schermo.

Nel bene e nel male il film funziona, ci trascina giù per portarci, alla fine, a una dura storia di cronaca nera. Il soggetto si ispira liberamente al racconto Un cavaliere bianco di Marco Mancassola del volume Non saremo confusi per sempre, di Einaudi. Non aspettatevi una favola da Fratelli Grimm. Ci sono certe atmosfere oniriche ma nessuna creatura magica. Spuntano invece elementi disturbanti come un feroce mastino randagio nei boschi, o amabili come il gufetto in cantina, o misteriosi come un lago nebbioso. Non facile da seguire per minutaggio prolungato e narrazione a momenti un po’ sfibrata, nel cast spicca in maniera tagliente Sabine Timoteo, che con la sua madre di Luna mette in scena una donna svizzera. In teoria avrebbe potuto avere un’apertura mentale diversa ma risulta invece misteriosamente repressa nel bigottismo da Mezzogiorno che appesantisce l’adolescenza della ragazza. Meriterebbe quasi un prequel tutto suo.