Si alza il vento arriva con un anno di ritardo dalla presentazione veneziana, con la pesante etichetta di “film testamento” di Hayao Miyazaki e gravato dalle pesantissime aspettative del pubblico italiano che ha dovuto aspettare così a lungo.

Kaze tachinu – questo il titolo traslitterato dal giapponese – viene offerto come evento speciale dalla Lucky Red, che lo porterà in sala dal 13 al 16 settembre.

Acclamato durante il Festival, quando si pensava che potesse vincere qualche premio importante (ma così non è stato), il film è stato anche criticato per una presunta presa di posizione piuttosto ambigua nei confronti del coinvolgimento bellico del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale (che a noi sembra smentita anche solo dal modo in cui Miyazaki dipinge una riunione militare).

Già, perché l’opera finale del cineasta di La città incantata e La principessa Mononoke per la prima volta in assoluto nella storia dello Studio Ghibli si rivolge principalmente agli adulti, anche se può essere apprezzato lo stesso da ragazzi svegli.

Il film è infatti una biografia romanzata della figura di Jiro Horikoshi, il progettista di aeroplani che negli anni ’30 progettò i famosi aeroplani da combattimento Zero, reputati tra i migliori del mondo in quel contesto. Ma in Si alza il vento ci sono anche suggestioni provenienti dal quasi omonimo racconto di Tatsuo Horo, che aveva scelto il verso di Paul Valery – “Le vent se lève, il faut tenter de vivre” – come titolo di una sua opera. Si aggiunga che nella figura del protagonista ci sono anche molte affinità con lo stesso Miyazaki, da sempre appassionato di aerei e ossessionato dalle sequenze di volo, centrali nei suoi film, per comprendere che la quantità di carne al fuoco nel film è molta.

Il film si apre con una significativa – e più volte ripetuta – panoramica verso l’alto, che ci fa piombare in uno dei tanti sogni di Jiro nel quale si invola a bordo di un aereo dalle fattezze fiabesche. Saranno molti i momenti onirici, costellati dai surreali incontri con l’idolo del ragazzo giapponese, l’ingegnere aeronautico Gianni Caproni, che incoraggia il protagonista a seguire le sue ambizioni. A questa materia si aggiunge una prima parte classicamente biografica (con una terrificante – e meravigliosa – incursione del grande terremoto del Kanto), che poi nella seconda si poggia tanto sugli sforzi professionali di Jiro quanto sulla storia d’amore con la bella ma fragile Nahoko.

Le ultime 2 ore della filmografia miyazakiana sono così dunque un viaggio nel passato del Paese del Sol Levante, ritratto con una minuzia pittorica strabiliante che sfiora gli esiti di rappresentazione del neo-realismo, ma anche una riflessione non priva di asperità sulla natura dei sogni e delle ambizioni e dei sogni.

Il vento del titolo, e la sua impalpabilità, sono infatti elementi onnipresenti nel film che vanno a figurare molte delle ansie dei personaggi. Vi è la tensione di Jiro verso la creazione perfetta di un mezzo che, purtroppo, verrà destinato a uno scopo orribile e alla sicura distruzione: un anelito verso la realizzazione del singolo che, in modo molto nipponico, si può realizzare solo tramite il gruppo; ma il vento è anche simbolo della vita stessa e del suo mistero, impossibile da descrivere nel suo svolgimento e avvertibile solo nel momento dell’impatto con l’altro da sé.

Come al solito dal punto di vista visivo ogni dettaglio è curato con un’attenzione tale da trasudare amore per quanto narrato, dalla natura alle espressioni dei personaggi, passando per la meccanica degli aerei; e come spesso accade con Miyazaki a commuovere è la bellezza stessa delle immagini e la vividezza del modo in cui sono resi i protagonisti,  più che la storia.

Impossibile rimanere con gli occhi asciutti, sopratutto quando passa la musica del fedele Joe Hisaishi, qui in una delle sue prove migliori, e non si può non citare la bizzarra ma interessante trovata di riprodurre alcuni effetti sonori (il terremoto e i rumori degli arei, tra gli altri) utilizzando solo la voce umana che, dopo un attimo di spaesamento, conferisce una vicinanza emotiva molto difficile da descrivere.

Lo possiamo anche ammettere: Si alza il vento forse non è l’opera più coesa e intrigante di Miyazaki, non la più complessa né la più elegante; nella prima parte forse cede strutturalmente alla natura episodica tipica delle biografie, e nella seconda non tutto è collegato perfettamente. Eppure si tratti di difetti che tutti coloro che hanno un cuore non possono non mettere da parte, costretti da quel groppo alla gola che li prenderà ben prima del finale. Chi invece i film li guarda anche con la testa si troverà con un film che, in modo parallelo a quanto fece Fincher  in The Social Network, parla di ossessione per la perfezione e di tensione tra l’ideale e il reale, con tutte le funeste conseguenze del caso, tra il momento liberatorio del volo e quello più doloroso dell’atterraggio, una tensione che si stempera in un tono sì gioioso, ma attraversato da lampi non proprio veloci di malinconia.

Foto: ufficio stampa