Ci sono due coincidenze che sorprendono, visionando la commedia Sex Tape – finiti in rete, dal giovedì 11 settembre nelle sale italiane.

La prima è di sicuro fortuita, per quanto l’ipotesi complottista sia oscuramente affascinante, e naturalmente concerne la pubblicazione illegale in seguito ad atti di pirateria delle foto private e parecchio intime di Jennifer Lawrence e altre pubblicità.

La seconda invece potrebbe apparire come un’oculata strategia di marketing aiutata dal calendario cinematografico nostrano: l’incessante, petulante e a volte fuori luogo product placement dei tablet della Apple nel film coincide con i giorni in cui l’iPhone 6 viene presentato a tutto il mondo.

Archiviata la sezione dedicata ai giochi del caso passiamo al film vero e proprio, nato da uno spunto non proprio originalissimo, ma senza ombra di dubbio in linea con lo zeitgeist (o forse, meglio, con un rigurgito dello stesso, dato che i sex tape rubati non sono più così “alla moda” come una volta).

La perdita di un filmino casalingo a luci rosse e la conseguente corsa contro il tempo della coppia protagonista per recuperarlo, in un ambito comico come quella della pellicola con protagonisti Jason Segel e Cameron Diaz, assicura un discreto serbatoio di battute a sfondo sessuale, situazioni potenzialmente imbarazzanti e momenti assurdi.

Spunti che la sceneggiatura a sei mani (Kate Angelo, Nicholas Stoller e lo stesso Segel) asseconda con una certa discontinuità, alternando gag riuscite e ossessioni bizzarre – la mania del personaggio di Rob Lowe per gli autoritratti fiabeschi, il ritratto molto curioso dei bambini – ad altre battute telefonate e piuttosto piatte. In particolar modo in questo campo rientra la maggior parte della comicità legata alla sfera sessuale, quasi come se la materia fosse stata imposta agli sceneggiatori: le parolacce infilate in ogni dialogo della prima parte dai due attori protagonisti (già coppia del precedente film del regista Jake Kasdan, Bad Teacher) raramente vanno e segno. Qualcosa potrebbe essere andato storto nell’adattamento italiano, ma non è dato sapere.

La responsabilità di una messa in scena sciatta, piatta e priva di inventiva visiva è invece facilmente attribuibile al cineasta sopracitato, tra l’altro in grado di sfruttare solo in parte le doti naturali di Segel, all’interno della coppia quello più convincente e a tratti esilarante, con momenti di frenesia efficaci. Generosa la Diaz, invece, lo è sopratutto delle sue grazie (e i fan godranno di qualche fugace momento di nudo integrale, seppur mai frontale), mentre in campo recitativo si assesta su una medietà un po’ deludente.

E a non soddisfare nel film non è tanto la mancanza di momenti comici riusciti – che ci sono, anche se molto spesso si spara a vuoto – quanto piuttosto, si perdoni la metafora ambigua, la decisione di caricare la pallottola a salve: la centralità del sesso nel film, e quindi la carica anarchica, sovversiva e liberatoria, si trasforma ben presto in una ben più borghese difesa della privacy e dell’immagine pubblica, con un prefinale in cui non ci si fa neanche mancare il riepilogo della morale imparata dalla disavventura.

Meno audace e provocatorio di quello che il prologo voleva far credere, il film in fondo prevede la solita apologia dei buoni sentimenti e intenzioni, dimenticando per strada alcuni flash interessanti su curiosità morbosa, disinvoltura libertina californiana e doppia morale famigliare. Sex Tape si accontenta dunque di essere una commediola nella media, divertente più per caso che per abilità, con un ritmo paurosamente altalenante, in oscillazione irregolare tra lo scatto da centometrista della parte centrale e la deriva informe e sfiatata del finale, derivante dalle carenze strutturali di una sceneggiatura che – in maniera molto libera ma anche caotica – procede a furia di pretesti e soluzioni da deus ex machina.

Foto: ufficio stampa