Cosa c’è dietro? è una domanda che gli appassionati seriali si pongono spesso seguendo una seria tv. Cosa avrà pensato lo sceneggiatore? Perché quel finale? A cosa porterà questo cliffhanger? E’ impossibile sfuggire alla curiosità, perché una serie tv la guardi, ma mai in modo impersonale: in realtà ti appassiona , e di solito vuoi sapere tutto quello che sta dietro a una cosa che ti prende così tanto.  A tutti questi quesiti risponde il numero di Link – Idee per la televisione (Mediaset) dal titolo Serial Writers, in libreria dallo scorso 16 ottobre: un volume che raccoglie quattordici succose interviste ad altrettanti autori che hanno portato in televisione grandi show: dalle comedy come How I met Your Mother a The Big Bang Theory, passando per il pluri-premiato Homeland fino all’acclamatissimo Game of Thrones. Le interviste sono state curate da un team che ha cercato di sviscerare il backstage di una serie tv: non quello fisico, piuttosto l’universo che ruota intorno a una scena, o a una scelta di copione, oppure alla scrittura di un certo personaggio. Nel volume potrete trovare le interviste a Vince Gilligan, creatore di Breaking Bad e di X-Files, a Craig Thomas (How I met your mother e American Dad), Eli Attie (The West Wing, House, Studio 60), Eric Kaplan (The Big Bang Theory, Futurama), Hagai Levi (In Treatment), Howard Gordon (Homeland, 24), Jonathan Ames (Bored to death), David Benioff (Game of Thrones), Tom Fontana (The Borgias, Oz), Agnietzka Holland (The Wire, Burning Bush), Howard Overman (Misfits), Fabrice Gobert (Les Revenants), Farhad Safinia (Boss), Mattew Weiner (Mad Men, The Sopranos).

Per raccontarvi meglio questo progetto ho intervistato il direttore di link Fabio Guarnaccia che mi ha raccontato come è nata l’idea del volume e qualche piccolo segreto sulle serie tv del momento. Il resto delle vostre curiosità le soddisferete leggendo Serial Writers, lo trovate in libreria e online.

- Serial Writers è un progetto che raccoglie interviste agli sceneggiatori delle serie televisive più  importanti degli ultimi anni. Com’è nata l’idea e come si colloca all’interno del progetto Link. Idee per la televisione?

L’idea è nata qualche tempo fa, sulla base di alcune interviste a produttori e showrunner realizzate in passato su Link. Idee per la televisione. La scrittura seriale ci ha sempre interessati molto, anche perché è stata uno fra gli elementi che negli anni Zero hanno rappresentato un netto salto di qualità dell’offerta televisiva, dimostrando potenzialità ancora inespresse dal mezzo. Come Link – nata sul finire degli anni Novanta all’interno del marketing strategico di RTI/Mediaset – abbiamo sempre avuto l’obiettivo di dare maggiore profondità al dibattito sulla tv e i media in generale. Troppo spesso si vive ancora una frattura inspiegabile tra il livello del dibattito intellettuale e accademico su questi temi e quello che poi si legge/sente nel discorso pubblico. La serialità, per ovvie ragioni, è il grimaldello più efficace per raccontare i meccanismi dell’industria televisiva di oggi. È difficile trovare qualcuno che non abbia almeno una serie preferita. Allo stesso tempo, è però importante approfondire il funzionamento e le regole di questo tipo di scrittura, così diverso da qualsiasi altro, per capire il livello di professionalità raggiunto.

- Il vecchio telefilm oggi non esiste più: si parla di serie tv e di show, prodotti in cui fotografia e regia sono importanti quasi quanto la sceneggiatura e spesso con risultati quasi cinematografici. Come si è arrivati a questo punto e qual è secondo te la serie televisiva “svolta” che ha dato il via a questa stagione nuova nel panorama seriale?

Premetto che per noi le serie, oggi, hanno una loro indipendenza stilistica ed estetica che le affranca dal paragone con il cinema. Dire che una fiction sembra a un film, per indicare quanto è curata, ha sempre meno senso. Tutto è iniziato negli anni Novanta con l’ingresso delle cable pay nell’arena delle produzioni seriali. Con telefilm come Oz, I Soprano, Sex and the City, Six Feet Under e The Wire, che di solito sono i titoli più citati (e a ragione), HBO ha spostato l’asticella più in alto. I network hanno dovuto adeguarsi, non solo per questioni di natura narrativa, ma perché le reti via cavo hanno imposto un nuovo gusto e nuovi standard che non potevano più essere ignorati. Ma il vero punto di svolta, forse, si è avuto con il successo planetario di Lost, che ha avuto il merito di rendere visibile la nuova golden age del telefilm USA. Da lì in poi il fenomeno non ha fatto altro che allargarsi e diventare mainstream anche fuori dagli Stati Uniti. Uno strano mainstream, almeno in Italia, dove il pubblico delle serie di qualità è sempre molto esiguo, se non altro paragonato ai numeri necessari per diventare un successo sulla generalista. Il caso recente di The Newsroom su Rai Tre lo conferma.

intervista autori serial writers

Serial Writer, la copertina

- Entrando nello specifico, tu e i tuoi colleghi avete intervistato gli showrunner delle serie tv più famose di tutti i tempi. Noi tutti appassionati abbiamo un’idea precisa di ognuno di loro, ma voi quale giudizio vi siete fatti di questi autori? Raccontaci il backstage (del backstage) e in che modo avete organizzato le interviste?

Difficile dirlo. Le interviste sono state fatte in modi diversi, di persona, alle presentazioni delle nuove  stagioni in Italia, ai festival in giro per l’Europa, via mail, per telefono… Gli showrunner sono stati disponibili, la maggior parte di loro non sono star assediate da giornalisti e fotografi. Spesso sono persone che amano ragionare sul loro lavoro, e quindi molto disponibili e generose. Molti poi non siamo riusciti a intervistarli: per esempio, avremmo voluto tanto parlare con Louis CK, le abbiamo tentate tutte, ma non c’è stato niente da fare…Non è stato facile e i modi che abbiamo utilizzato sono i più vari: contattare gli uffici stampa, gli agenti e i distributori è un passaggio obbligato, ma non sempre efficace. Ci vuole un po’ di creatività. In tutto ci abbiamo impiegato poco più di un anno per mettere insieme il materiale poi pubblicato.

- C’è un modo oggettivo secondo te per valutare una serie tv o è l’insieme di fattori che la consacra poi agli occhi del pubblico?

Non esistono misure oggettive per farlo, credo. Se ti basi solo sui numeri, puoi trovare serie tv scritte male ai primi posti delle classifiche d’ascolto. Se ti basi solo su un’idea di qualità, bisogna intendersi su cosa poggia l’idea stessa: i premi dicono qualcosa ma non tutto. Ci sono serie oggettivamente scritte bene, sia drama sia comedy. Mettere la qualità in relazione ai risultati di ascolto e alle performance commerciali è senz’altro, però, una cosa necessaria se lavori in tv. L’una senza gli altri porta alla chiusura. Anche su HBO.

- Da Breaking Bad a Homeland, passando per le comedy come How I met Your mother e The Big Bang Theory: c’è secondo te esiste una gerarchia di prodotti seriali legati non solo alla qualità ma anche al contenuto? Ad esempio, c’è il pregiudizio che le comedy “valgano” meno dei drama…

Dipende da quale punto di vista stai usando, le gerarchie sono sempre semplificazioni della realtà. Se può bastare noi, intendo la redazione di Link, non crediamo che le comedy siano inferiori ai drama. Non a caso all’interno di Serial Writers hanno trovato spazio anche interviste agli autori di sit com, come How I Met Your Mother (Craig Thomas) e The Big Bang Theory (Eric Kaplan). Sono scritture diverse, che hanno punti di eccellenza altissimi, in entrambi i casi. Se poi prendi un oggetto strano e bellissimo come Louie, anche questi confini cadono rovinosamente.

- Palinsesti televisivi italiani: è difficilissimo vedere live una serie tv in contemporanea USA sui nostri canali in chiaro e l’appassionato è costretto quindi a fare da sé. Secondo te cosa causa il ritardo (e a volte addirittura il mancato arrivo) dei grandi successi made in USA sui nostri palinsesti e con che criterio vengono scelti (vedi ad esempio il recente arrivo di The Following e Hannibal su Italia 1 e del flop invece di The Vampire Diaries)?

Tenere il passo della programmazione USA è molto difficile. Ci riescono le pay con le serie più importanti sottotitolando le puntate più recenti, una pratica presa in prestito da gruppi di fansubber come ITASA che hanno di fatto creato una nuova finestra di distribuzione – complicando non poco il lavoro dei broadcaster. Ma se vedere l’ultima puntata andata in onda il giorno prima con i sottotitoli è una cosa che le pay possono permettersi, diverso è il discorso per le generaliste. Il problema principale, dal punto di vista tecnico, lo fornisce il doppiaggio. Per quanti nemici abbia, il doppiaggio è una pratica essenziale per allargare il più possibile il pubblico dei telefilm. E richiede tempo per essere fatto bene. Sulle generaliste, poi, come già detto, i risultati di ascolto della gran parte delle serie più premiate degli ultimi anni non garantiscono il raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla rete. Spesso neanche si avvicinano. La forte orizzontalità di molte serie è un vincolo molto oneroso per lo spettatore della tv generalista. Senza contare la complessità delle trame, o gli argomenti spesso molto di nicchia. Infine, c’è un problema di diritti: la finestra pay molto spesso è anteriore alla finestra di sfruttamento delle tv free, ritardando la messa in onda…