25 anni fa il cinema italiano e mondiale piangeva la scomparsa di uno dei più grandi autori di tutti i tempi, Sergio Leone. Fu il cuore, quello stesso cuore che avrebbe dovuto mirare Ramon, a portarsi via a soli 60 anni il suo corpaccione ingombrante e infaticabile, che ancora stava scalpitando dietro il progetto di un film, poi mai completato, sulla battaglia di Leningrado. Insieme a Fellini, Leone è stato il regista italiano più celebre e influente, modello per cineasti pluripremiati come il pupillo Clint Eastwood e Quentin Tarantino, anche se molti altri hanno saccheggiato, più o meno di nascosto, la sua miniera d’oro a cielo aperto.

Leone è stato capace di sangue nuovo a un genere considerato morente, il western, rivoluzionandone il linguaggio e la missione, strappandolo dalla stereotipizzazione manichea dei classici del genere per consegnarlo infine a una nuova incarnazione, epica e scanzonata al tempo stesso. Con “Per un pugno di dollari”, il primo capitolo della cosiddetta Trilogia del Dollaro, fu un successo di pubblico incredibile, quasi da far passar in secondo piano il fatto che il plot fosse largamente mutuato da un film di Akira Kurosawa. Il protagonista, il picaresco pistolero solitario, senza nome e senza morale interpretato da Clint Eastwood, s’inquadrava perfettamente nella figura dell’antieroe che stava prendendo piede in quegli anni nel cinema mondiale, e le musiche di Ennio Morricone erano il tappeto sonoro ideale per il suo vagabondare. Era l’atto di nascita di quello che in seguito fu chiamato spaghetti-western, o western all’italiana, e che conobbe negli anni immediatamente successivi altri due capitoli a firma Leone, “Per qualche dollaro in più” e il celeberrimo “Il buono, il brutto e il cattivo”, e un numero incalcolabile di film a questi ispirati e poi diventati cult.

Se la Trilogia del Dollaro e quel monumentale cenotafio della Frontiera che è “C’era una volta il West” hanno fatto di Sergio Leone un riconosciuto e riconoscibilissimo mito globale, è stato forse il suo film meno fortunato, almeno dal punto di vista commerciale, a elevarlo al rango di autore di primo livello. Nonostante sia stato straziato da alcune scellerate decisioni da parte della produzione, che lo distribuì negli Stati Uniti in una versione brutalmente tagliata di 90 minuti e montata senza gli essenziali flashback e flashforward, “C’era una volta in America”, il suo ultimo film, è considerato da buona parte della critica come il suo capolavoro, nonché come uno dei migliori film mai girati. Forte di una maturità registica ormai compiutamente raggiunta, di un cast stellare e di una sceneggiatura profonda e complessa, Leone costruì un orologio perfetto, in grado di trasportare lo spettatore avanti e indietro nel tempo attraverso le varie fasi della storia del gangster ebreo Noodles, in un labirinto come immaginato da Borges in cui tutto è presente e niente è morto per davvero, ma forse non è nemmeno reale.

“C’era una volta in America” è un film di commiato: ai sogni di gioventù, alle persecuzioni dei ricordi, all’idea che al centro della ragnatela di passati reali e ipotetici possa esistere una qualche forma di ricompensa.

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