È una bella sorpresa quella di Senza nessuna pietà, esordio alla regia dell’attore Michele Alhaique presentato nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia in corso.

E si tratta di una sorpresa per molteplici motivi: questa rivisitazione dello schema “Bella e la Bestia” (o per meglio dire, la sofferta e sanguinosa redenzione della Bestia grazie alla comparsa della Bella) evita tante delle cattive abitudini del cinema italiano ma anche alcune delle trappole in cui cadono i film diretti da attori.

Pierfrancesco Favino è il mastodonte Mimmo, carpentiere, faccendiere e sopratutto riscossore di debiti per la famiglia criminale di cui fa parte di malavoglia, poco velatamente. L’unico motivo che lo fa andare avanti è il rispetto per il palazzinaro, lo zio che le sembianze di Ninetto Davoli, nonché un certo rapporto di amicizia con il Roscio (Claudio Gioè), mentre vi è astio aperto con il cugino Manuel (Adriano Giannini). Quando questi gli chiede di occuparsi della giovanissima squillo Tanya (Greta Scarano) si aprirà uno spiraglio in una vita che sembrava destinata alla violenza e all’abbruttimento.

Come è possibile intuire dalla lettura di questa concisa sinossi la struttura del film, e lo sviluppo del soggetto, sono quanto di più classico si possa immaginare, e in effetti le situazioni si rifanno a una serie di cliché facili da prevedere. Ma ciò che salva ed eleva Senza nessuna pietà al di sopra della media di pellicole del genere, distinguendolo da un banale episodio di Sin City, è l’attenzione per il dettaglio e le decise scelte di messa in scena.

Il film infatti abbraccia senza troppe remore la logica del polar (i noir francesi di, due nomi a caso, Jean-Pierre Melville e Olivier Marchal), raggelando e rendendo più secche ed essenziali dinamiche, interpretazioni e regia. Il grande lavoro compiuto dai protagonisti, infatti, è rivolto tutto verso il corpo e le pose, con una certa predilezione per l’antipsicologismo: di Tanya e Mimmo, per fortuna, non si conoscono né vengono spiattellate, motivazioni e convizioni, ma vengono definiti dal modo in cui si muovono, dagli sguardi, dalle scelte che compiono e in generale dai loro atteggiamenti.

La stessa essenzialità si ritrova anche nella descrizione dell’ambiente criminale, privo tanto di glamour quanto di compiacimento dell’orrido; gli scagnozzi del boss sono persone comuni e anche i loro incontri non hanno nulla di stereotipico. Contribuiscono poi al medesimo effetto anche le location, suggestive e appropriate ma mai in maniera esasperata, con una certa leggerezza di grande efficacia.

I due protagonisti sono poi dei personaggi piuttosto interessanti, in particolar modo la Scarano crea una ragazza disinibita che si rende amabile con una disinvoltura terribile, capace di guizzi repentini (e qui si tratta di finezze di scrittura) che lasciano intuire – e solo quello – una situazione e un vissuto piuttosto aspri. Mimmo è forse più convenzionale, ma anche certe sue aperture ampliano piacevolmente lo spettro di sfumature di partenza.

Dal punto di vista prettamente visivo il film rispecchia con una volenterosa fedeltà i canoni del genere, però risaltano certe ossessioni per i dettagli (sopratutto del viso della Scarano) e come si diceva prima per gli ambienti inusuali. La scena del “ritorno a casa” di Mimmo con successivi scontri sulla tromba delle scale, per fare un esempio, è poi un caso di situazione costruita in maniera efficace con pochi mezzi: così confusa e buia rende bene la concitazione, la violenza e un po’ l’approssimazione da dilettanti dei personaggi coinvolti.

Non che tutto funzioni alla perfezione nel film, intendiamoci: la seconda parte ha un certo calo di ritmo (in precedenza più che buono) in corrispondenza con l’immobilità forzata di Favino, e anche il finale non convince come ciò che lo ha preceduto. La già citata convenzionalità di base (tra l’altro poco adatta a una sezione in teoria sperimentale come Orizzonti) mina dunque in minima parte il risultato, ma Senza nessuna pietà è un bell’esempio di come in Italia si possa fare cinema di genere anche senza stravolgerlo con ambizioni d’autore poco centrate.