Il web è democratico. Concede spazio a chiunque, regalando una finestra spalancata verso il mondo. Ma è anche tiranno, perché il pezzetto conquistato si perde in una marea di volti e di nomi. Farsi notare vuol dire mettere in campo talento e determinazione. The Pills sono riusciti ad emergere e dal 2011 ad oggi la loro fama è cresciuta di anno in anno. Dopo l’approdo televisivo (prima su Deejay Tv e in seguito su Mediaset) adesso sbarcano al cinema, tentando un salto da tempo agognato. Ma Sempre meglio che lavorare non è un film dedicato solo ai fan di lunga data, ma parla a tutti, mutando il linguaggio da webseries, fatto di spezzoni di qualche minuto tesi verso una risata immediata, in uno più maturo, capace di mescolare stati d’animo diversi.

Durante la conferenza stampa i tre protagonisti Luca Vecchi (anche alla regia), Luigi di Capua e Matteo Corradini si sono mostrati genuini ed onesti: tre trentenni che stanno facendo diventare realtà la loro scommessa. Il nocciolo della pellicola è il lavoro che, in un clima a tratti surreale, diventa il nemico da evitare a tutti i costi. Ma è nella biografia dei protagonisti che la storia assume un senso «Volevamo cercare di fare la cosa più onesta possibile. Abbiamo portato quindi la nostra autobiografia. Dopo la laurea la prospettiva era di lavorare otto ore al giorno per 300 euro. Allora ci siamo detti che tanto valeva fare cose che ci divertivano. Dopo un paio di anni di miseria siamo rimasti compatti, cercare lavoro voleva dire smettere con The Pills».

Il produttore Pietro Valsecchi, anch’esso presente alla conferenza, reduce dal trionfo della pellicola di Checco Zalone, mette in evidenza il collegamento tra i due film, dimostrando come il problema del lavoro sia uno dei fulcri intorno a cui ruota la vita delle giovani generazioni. Per questo si ride e si sorride ma un’angoscia attanaglia la gola. Perché il «non voglio correre il rischio di fallire» detta l’immobilismo di una generazione che rinnega le verità dei padri ma stenta a trovare una direzione. Ogni protagonista ha il suo percorso e il suo modo di affrontare una post adolescenza troppo prolungata, per dirla con Zerocalcare «i trentenni non esistono più, come gli gnomi, i dodo e gli esquimesi. Adesso c’è l’adolescenza, la post adolescenza e la fossa comune. I trentenni sono una categoria superata a cui ci si attacca per nostalgia, come il posto fisso». Allora Luigi si improvvisa studente pronto ad occupare il liceo, Luca viene risucchiato in un’improbabile lobby bangla dedita al lavoro, in un clima da Fight Club, Matteo assiste scorato ed angosciato alla trasformazione di un padre che vive una seconda giovinezza, tra l’altro impersonato dal vero padre di Matteo ed è per questo che gli perdoniamo una recitazione forzata.

Intorno a loro ruotano personaggi che indicano i riferimenti del trio: come Giancarlo Esposito della serie tv Breaking Bad, Gianni Morandi, presente in una clip di presentazione, icona del potere della banalità del mondo social e Margherita Vicario, che oltre ad essere attrice è parte del mondo della musica indie, la stessa che accompagna i protagonisti per tutto il film, con The Giornalisti, Calcutta e una citazione de I Cani. Ma non mancano i riferimenti più propriamente cinematografici, come Clerks, da sempre punto di riferimento «nel bianco e nero, nei lunghi silenzi, e nel linguaggio sporco», Batman begins, la Nouvelle Vague, la Slapstick Comedy, i Monty Python, Monicelli, Zampa, i cartoni animati, creando un impasto che i coetanei dei protagonisti non avranno difficoltà a sentire loro.

Il tutto in una versione romanesca più che romana, con i “bella zì”, il kebab di Samir, la strade del Pigneto, la Prenestina, l’occupazione del Mamiani. Luca dice «Abbiamo raccontato la nostra periferia, dove noi viviamo. Considerate che per me il Pigneto è centro». E allora scatta una critica e Luigi si fa scappare «Basta con i precari di Piazza di Spagna, il cinema italiano dei loft… chi li ha mai visti i loft?».

Degna di nota tutta la parte che racconta l’infanzia dei protagonisti, con i tre piccoli Lorenzo Scacchi, Andrea Dolcini e Antonio Marano, doppio perfetto dei tre Pills, con tanto di barba disegnata, discussioni sulla carriera di Cristina D’Avena ed incredulità di fronte alla rivelazione che il pupazzo Dodò non è dotato di vita propria. Sempre meglio che lavorare, nelle sale dal 21 gennaio, è buon primo tentativo cinematografico, come Luca si è auspicato durante la conferenza, reso possibile anche grazie all’umiltà del trio: vedere un regista, seppur agli esordi, che va a ringraziare un giornalista per aver lodato il film per la sua universalità è stato davvero un momento significativo.