Orhan è uno scrittore turco che fa l’editor a Londra. Chiamato a Istanbul da un vecchio amico divenuto famoso regista dovrà correggerne le bozze del primo romanzo. Un lavoro biografico che imploderà in introspezione di quest’uomo costretto passare giorni proprio nella casa di famiglia di Deniz, e in compagnia degli stessi parenti raccontati tra le pagine. La sparizione misteriosa dell’amico immerge il protagonista in una ricerca ancora più intima che lo trascinerà al centro degli eventi quanto il protagonista del romanzo.

Ferzan Ozpetek modula una storia che avvolge tra le sue spire metaletterarie piene di mistero quanto di ricerca estetica e schegge del proprio passato. “Quando ero bambino passavo l’estate a 300 metri da dove si tuffa il protagonista”. Ha raccontato il regista durante la presentazione del nuovo lavoro. “Con i miei amici cercavamo di attraversare il Bosforo, ma io tornavo indietro dopo 5 metri. Ci sono molte cose della mia infanzia ma anche molte di oggi”. Quella del tuffo troppo pauroso per nuotare da una sponda all’altra del Bosforo non è l’unico ricordo che il regista presta ai suoi personaggi. Di Rosso Istanbul trapela in prima istanza il discreto fascino della borghesia turca messo in scena dal regista, ma andando avanti si scava verso una specie di vibrante mausoleo dei ricordi. Decine di dettagli e rimandi. Uno degli appartamenti utilizzati come location è davvero casa sua, ma soprattutto lo smalto “rosso Istanbul”, è lo stesso che sua madre, nella realtà, aveva riscoperto durante la malattia, facendo di un vezzo guizzo di vita.

“La mia scenografa mi consigliò: in ogni inquadratura, in ogni ambiente mettiamo un po’ di rosso”. Ci ha raccontato parlando dei colori. Il rosso è sempre presente, anche in dettagli minimi, o addirittura in tinte bagnate o illuminate con questa tinta. Una prevalenza estetica che parte dai tramonti sullo stretto fatti di rosso e blu intensi. Cromatismi passionali come correnti dell’anima che sgorgano in un paese martoriato da clima politico e sociale in pericolosa ebollizione da pochi anni. “Ho voluto raccontare una Turchia laica. Ho datato gli eventi al 13 maggio 2016 perché in quella data Istanbul era così. Poi è anche esattamente a 20 anni dal mio primo film, Il bagno turco”. Così l’attualità di attentati, manifestazioni, repressioni violente vengono ovattate, ridotte a sofisticati brusii di fondo e musiche composte per una calorosa stratificazione sonora della città.

“Se andiamo a Istanbul oggi, non sentiremo niente di ciò che arriva dai giornali e dalla televisione”. Ha spiegato. “Sentiremmo una specie di sospensione nell’aria. Ciò a cui tenevo di più è il sentimento delle persone. Volevo raccontare la città passando proprio dall’atteggiamento delle persone”. E il suo film riesce a farlo con il limite virtuoso di una lente puntata soltanto sulla città borghese delle ville e dei grattacieli. Poi un paio di misteri restano in sospeso nella storia, ma nella realtà fuori dai cinema quanta vita vera rimane misteriosa e senza una coerente spiegazione? Il film si scopre letterario più in questa vaga incompiutezza che nell’immersione totale nel mondo interiore dell’autore.

Per il ritorno alla sua Istanbul ha scelto un cast tutto turco dove spiccano Halit Ergenc, protagonista combattuto e nostalgico e Tuba Buyukustun, nel ruolo di una sinuosa amica del regista scomparso. I loro duetti da noir li presentano all’Italia, ma sono attori pieni di interessanti sfaccettature che potrebbero già essere pronti a ricoprire ruoli hollywoodiani. Chissà.

Lo sguardo di Ozpetek riflette sempre contemporaneamente sul valore estetico quanto su fragilità interiori dei propri personaggi ottenendo originali percorsi di cinema. In più stavolta l’arte abbonda insieme all’estetica. “In Turchia adesso c’è un grande fermento artistico. La pittura m’interessa molto perché anch’io sono stato pittore. Per due anni ho vissuto vendendo i miei quadri. Per me il colore è importantissimo, a prescindere dalla tinta. Anche il non colore. Poi la ricerca che ogni volta facciamo sui colori viene notata o percepita. E questo mi fa piacere”. Infatti il cinema di Ozpetek lancia tanti di quegli input e sottotesti che vengono percepiti in via periferica, direbbero gli psicologi. Ma a noi basta gustare il suo nuovo lavoro come nuovo poliedrico tassello della sua cinematografia.