In conferenza stampa, presentato dal critico cinematografico Claudio Masenza, ha esordito pregando i giornalisti di essere gentili con le domande perché era ancora frastornato dal jetlag. Le colleghe si sono ovviamente sciolte all’ammissione candida di Richard Gere, venuto dagli Usa con un nuovo film e il suo inaspettato discorso in italiano agli occhi dolci. Come non accettare il compromesso di un divo gentiluomo? Ed è proprio sulla rete dei compromessi che il protagonista del film L’incredibile vita di Norman tesse meticolosamente, Gere ha risposto alla prima domanda. “Credo che il mondo oggi sia basato sulle trattative e i compromessi. Chiunque tendenzialmente dice: ‘Se rinuncio a una cosa che cosa ottengo in cambio? Se faccio qualcosa, che cosa mi ritornerà? Cosa devo fare per ottenere quello che voglio?’ Nei villaggi, magari secoli fa era molto diverso. L’intera comunità era tutta sulla stessa lunghezza d’onda. Ognuno sapeva qual era il suo posto e sapeva come far parte di una certa visione”. Poi ha agganciato al discorso una coraggiosa digressione politica di seria attualità. “Oggi invece, ad esempio, abbiamo un Presidente degli Stati Uniti che è uno che vive completamente di compromesso e non è animato né spinto da senso morale in quello che fa. È un po’ come se ci guardassimo allo specchio riconoscendo queste caratteristiche. Questo forse potrebbe esserci utile per cambiare e migliorare le cose. La peculiarità del personaggio del film è che lui è entrambe le cose. Viene portato continuamente al compromesso, ma ha un cuore vero, sincero. Non è il Bernie Madoff che tende a manipolare le persone per poi bruciarle. Norman vorrebbe rendere le persone davvero felici”.

Compromettersi è un po’ come far parte di un incantesimo, un patto che ci lega in maniera opportunistica a qualcuno o a qualcosa. Gere e il suo Norman, nel film, hanno a che fare con una serie di relazioni di scambi e favori con illustri personalità del mondo ebraico newyorkese, verso un’iperbole che prima o poi scoppierà come un palloncino. “In realtà c’è solo una scena dove abbiamo un faccia a faccia con il Primo Ministro d’Israele. La stessa in cui Norman gli infila la scarpa. Io e Lior Ashkenazi ci abbiamo lavorato insieme perché la scarpa è un simbolo molto importante”. Ha affermato a proposito del personaggio potente di cui il suo placido Norman diventa amico, e dell’attore che lo interpreta. “Era talmente tanto importante che sono stato io a suggerire di infilargli la scarpa al momento del regalo, come Cenerentola. Dovevo stare in ginocchio davanti a lui, e qui il momento della favola nel quale se lui avesse accettato quel momento d’incontro avrebbe accettato l’amicizia e il compromesso”.

Gere ha avuto un cambio look non indifferente per un sex-symbol. Cappotto, borsa a tracolla, coppola, sciarpa. E orecchie a sventola. Immagine nata dall’incontro d’idee con il regista Joseph Cedar. “Joseph voleva cambiare il mio volto per scostarmi dai miei personaggi interpretati in precedenza. Ero appena tornato dall’India, c’era un mio amico attore che aveva appena interpretato un alieno con queste orecchie enormi. Così ho fatto notare a Joseph quelle orecchie e lui: ‘Era proprio quello che cercavo’. Allora insieme alla truccatrice abbiamo costruito il nostro Norman. Dal punto di vista fisico è proprio il personaggio tipico newyorkese, ebreo, dell’Upper West Side. Avendo vissuto lì quando avevo vent’anni ed essendo pieno, lì, di persone così, Norman mi è venuto facilmente in mente materializzandosi da solo”.

Il Norman faccendiere rappresenta anche una sorta di piccolo archetipo sociale dell’omuncolo che s’intrufola in situazioni più grandi di lui. “Tutti quanti noi conosciamo un Norman da qualche parte. In ogni cultura e in ogni ambiente c’è un nucleo centrale di persone che contano, comandano, che sono quelli fighi, e poi ci sono quelli ai margini che in qualche maniera cercano di trovare un varco, una porta che non sia chiusa a chiave per avere accesso anche loro”. Ha affermato esplicando alla sua maniera divisione e conflitto delle classi sociali. “Norman è universale, è finto, tutta invenzione. Non sappiamo neanche dove vive, ma ha sempre una sua grazia che lo salva. Una natura buona”. Così dal piano sociale l’incontro non poteva evitare l’argomento denaro, ma come termometro antropologico, visti i forti interessi che fanno vibrare i personaggi del film. “Sono sempre gli stessi impulsi che animano le persone. Non sono i soldi che valgono in quanto ricchezza, ma i soldi come misura per tenere il conteggio di chi vince. Contano per quello che significano, non per il mero valore”.

Nel film il Primo Ministro israeliano espone una metafora sul potere utilizzando l’immagine di una ruota panoramica che va su e poi giù. E Gere ha approfondito questo discorso con un taglio filosofico legato al suo essere buddista. “Quest’altalena vale per tutti, in qualsiasi momento, anche nella stessa giornata. Possiamo essere felici o tristi, c’è un continuo alternarsi delle cose. Nulla resta fisso e ogni respiro è un giro di ruota. Abbiamo problemi quando abbiamo la sensazione che sia tutto permanente, che l’esistenza e l’apparenza siano cose continue e costanti. Questa stasi è fonte di grande sofferenza perché non ci si trova più. Non riesco più a vedere il tuo vero Sé ma solo apparenza. Se invece riusciamo ad accettare e capire questo girare possiamo riuscire a trovare momenti di vera felicità”.

Diventato un divo per film da studio system, prima romantici poi thriller, oggi Gere lavora su sceneggiature e personaggi più complessi e sfuggenti da cinema indie, cosa che da una parte gli ha regalato i consensi della critica, ma dall’altra fa gridare all’attesa le fan più sfegatate per la nuova commedia sentimentale. Sarà un Godot? Chissà. Da parte sua l’attore di Philadelphia ha idee chiare. “La mia sensazione è quella di fare gli stessi film dell’inizio della mia carriera. In fondo anche quelli erano film un po’ difficili, drammatici, con registi interessanti. E venivano realizzati dagli studios”. Ha spiegato. “Ma oggi gli studios non li producono più. Ora sono film indipendenti. Ovviamente sono diversi perché io sono diverso: ho 68 anni, non più 28. Ma il tipo di film è rimasto costante”. E ha chiuso rivelando, manco a dirlo, con il problema dei soldi, che di riffa o di raffa, fanno sempre girare il mondo, soprattutto Hollywood. “La differenza è che oggi hanno budget sempre più bassi. Intorno ai 5 o i 6 milioni di dollari, che qui in Italia sembrano tanti, ma negli Stati Uniti è molto poco. Riducendo il budget si riducono i tempi sul set. Noi abbiamo girato soltanto in 30 giorni: si doveva correre. Ma la cosa particolare dei miei ultimi due film è stata lavorare con due sceneggiatori e registi israeliani che considero amici, ma anche professionisti d’esperienza”. L’incredibile vita di Norman sarà nei cinema italiani dal 28 settembre ad opera di Lucky Red, che ne sta curando la distribuzione in 150 copie.