Ambientato in Minnesota nel 1990, Regression segue le indagini del detective di provincia Bruce Kenner (Ethan Hawke) sul caso della giovane Angela (Emma Watson), la quale accusa il padre (David Dencik) di un crimine tremendo. Questi, sebbene non abbia memoria degli eventi di cui è incriminato, finisce col convincersi della propria colpevolezza dopo aver preso parte a una seduta di regressione ipnotica col dottor Raines (David Thewlis).

Ciò innesterà una spirale di dubbi e accuse che coinvolgeranno l’intera comunità e che spingeranno Kenner ai confini dell’orrore. Ma proprio quando tutto sembra ormai dirigersi verso un’unica strada, l’intera impalcatura di certezze verrà meno, smascherando un mistero ben diverso.

Regression si ispira a fatti realmente accaduti, legati ai culti satanici che, a metà fra gli anni ‘80 e ‘90, tennero l’America col fiato sospeso, sollevando l’opinione pubblica e tenendo a lungo impegnate le forze dell’ordine in una moderna caccia alle streghe.

Come poi si scoprì, gran parte del movimento satanista aveva ben poco di demoniaco. Venne a galla che molti dei culti satanici erano poco più che amatoriali, ma soprattutto che il più delle volte celavano storie personali di gravi disagi.

Se non altro quel periodo riuscì a riportare l’attenzione su un fatto ben più grave e tristemente comune nell’America rurale: gli abusi sui minori. Inoltre fu il primo esempio di come i moderni mezzi di informazione fossero in grado di diffondere rapidamente e in modo incontrollabile falsi timori, fino a generare una vera e propria isteria collettiva. Un tema, questo, ulteriormente rafforzato da Internet e tristemente attuale.

Ho fatto molte ricerche sul satanismo, ma mi sono presto annoiato”, ha ammesso candidamente Amenábar, “Ma poi ho appreso degli abusi perpetrati durante i riti. Così, dall’idea di fare un horror sono passato al thriller psicologico che esplorasse i meandri della mente. Ma ho voluto lo stesso giocare con i cliché dell’horror perché mi piacciono. Ce ne sono tanti legati al satanismo, immagini precostituite nella nostra mente, un’iconografia molto comune. Anche il set è stato molto importante: volevo un’atmosfera cupa”.

Thriller psicologico

A cavallo fra due generi cinematografici e mettendo a confronto raziocinio e credenze, Regression scorre con un ritmo lento – a volte, troppo – controbilanciato dall’efficace caratterizzazione dei personaggi e da un senso di mistero che aleggia costantemente. D’altronde, sia il ritmo che le inquadrature fisse che lo stile sono volutamente ripresi dai film degli anni ‘70, come spiega lo stesso Amenábar: “Ho voluto uno stile anni ’70, con pochi movimenti di macchina, in un film ambientato nel 1990. L’unica eccezione è quella delle musiche di sottofondo, oggi molto più presenti di allora. Ho preso ispirazione da film come Il Maratoneta o Tutti gli uomini del presidente. E chiaramente da L’esorcista”.

Nell’insieme, Regression è una pellicola emotivamente coinvolgente, che percorre costantemente il filo che separa il genere thriller dall’horror giocando con acume e sensibilità con le nostre paure e le nostre credenze. Amenábar è stato capace di instaurare un senso d’ansia e di incertezza continui, fino alle battute finali, e questo può già bastare per giudicarlo un buon film.

Non è però un horror e, solo in seconda battuta, lo si deve considerare un thriller. La sua vera natura è quella del dramma, del perenne confronto umano con le proprie paure e con i propri sbagli, e come tale va gustato. “Mi colpisce non tanto la capacità di ingannare quanto la volontà di credere”, ha rimarcato il regista cileno, “Guillermo del Toro ha detto di recente che il diavolo non esiste, esistono solo cattive persone. Mi rispecchio in questa affermazione. La mente è fragile, in particolare la memoria, influenzabile da desideri e paure. Un ricordo cambia da persona a persona. Volevo mettere a confronto due istituzioni come la scienza e la chiesa e dimostrare che entrambe possono commettere degli errori, con importanti ripercussioni psicologiche. […] L’errore fa parte della nostra natura. Sbagliare ci fa sentire smarriti e frustrati, ma tornare sui propri passi ci mostra quanto la soluzione fosse facile e quanto tempo abbiamo sprecato perseguendo l’errore”.

D’altronde tutto il film gioca con il tema dell’errore, ma non solo: “L’errore è senz’altro il tema portante del mio film, non solo quello personale del protagonista, ma anche quello indotto dalle istituzioni, come la chiesa, la polizia, i notiziari o la scienza. Se un’informazione arriva da un’istituzione, tendiamo spesso a crederci senza riserve. […] Sono molto legato alla mia formazione cattolica, ma sono anche molto razionale. Da ragazzo ho dovuto combattere col mio raziocinio. Ho scelto di leggere la bibbia, e tanto più la studiavo tanto più mi distaccavo dalla fede. Sono poi arrivato alla conclusione che si possa avere una vita virtuosa anche non seguendo i 10 comandamenti: basta non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te. È per questo che emerge anche un profondo senso di colpa in questo film. Il senso di colpa è un concetto tipicamente cristiano. Qui è impersonificato dal padre di Angela e, non a caso, ho scelto per lui una prigione che apparisse come un monastero”.

Il cast

Molto convincente soprattutto l’interpretazione di Ethan Hawke, ottimo nel mettere in scena il disagio di un uomo posto di fronte a qualcosa di apparentemente più grande di sé e che lo costringe a confrontarsi con le proprie paure. “Ammiro Ethan e da anni volevo lavorare con lui, ma non ho creato il protagonista con lui in mente. Quando l’ho contattato inizialmente mi ha detto che non ama i film che spaventano le persone, ma dopo aver letto la sceneggiatura ha apprezzato il modo in cui il meccanismo della paura veniva smontato nel finale. Ha avuto la giusta sensibilità per il mio progetto e ha capito subito cosa volevo. Per entrare nella parte gli ho chiesto di recitare in maniera minimalista, focalizzandosi non sul passato ma sul presente del protagonista. Devo ammettere che mi lasciò interdetto quando mi disse detto che avrebbe recitato la parte di un uomo che dorme sempre, ma aveva ragione: ha interpretato perfettamente un uomo che non vuole sbagliare, ma non si rende conto di farlo”.

Accanto ad Hawke, le convincenti prove di Emma Watson, entrata bene nel ruolo dell’angelica ragazza che combatte coi propri demoni, Lothaire Bluteau chiamato, nei panni del parroco evangelista, a rappresentare la forza del credo, a cui si contrappone David Thewlis, pilastro in scena delle fondamenta scientifiche.