Nel 2045 la realtà fa schifo (“These days, reality is a bummer” afferma il protagonista all’inizio del film) e l’unica forma di evasione è vivere una realtà virtuale all’interno del gioco chiamato OASIS. In questo mondo virtuale, realizzato da un geniale programmatore chiamato James Halliday (Mark Rylance), tutti hanno un avatar, modellato secondo i propri gusti, anche il protagonista Wade Watts (Tye Sheridan), un ragazzo che ha perso i genitori e vive con la zia in una baraccopoli a Columbus (Ohio).

Watts nella vita reale è un perdente, in OASIS invece il suo avatar Parzival è coraggioso, abile e puro d’animo, proprio come Percival, il cavaliere della tavola rotonda che riesce a vedere il Santo Graal. Un Graal che anche in OASIS esiste, ma sotto forma di easter egg nascosto da Halliday che prima di morire ha celato nel gioco 3 chiavi, ottenibili solo risolvendo complicatissimi indovinelli che riguardano la vita e le passioni di Halliday stesso, e che una volta collezionate daranno finalmente accesso al segreto nascosto nel mondo virtuale e il suo totale controllo.

La ricerca delle chiavi è portata avanti da tantissimi giocatori, da clan e dalla multinazionale IOI, guidata dal perfido Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), che impiega un vero e proprio esercito di avatar per avere maggiori chance di vittoria. Parzival, nonostante appaia svantaggiato, è un grande estimatore del lavoro di James Halliday, condivide la stessa passione del creatore di OASIS per la cultura pop, il cinema, la musica e i videogiochi degli anni 80 e conosce benissimo anche la vita personale di Halliday. Proprio questa condivisione di interessi gli consentirà di ottenere la prima chiave nascosta dal creatore di OASIS, facendogli avere l’attenzione degli altri giocatori addosso, compresa quella della misteriosa e affascinante Art3mis (Olivia Cooke), ma soprattutto di Sorrento e della IOI, tutti decisi a sfruttare le abilità di Parzival a proprio vantaggio.

Questa in sintesi la trama di Ready Player One, ennesima incursione di Steven Spielberg nella fantascienza e in particolare nella realtà virtuale. Un tema sicuramente non nuovo, che Spielberg tuttavia riesce ad affrontare in modo decisamente originale, prendendo come solita base il romanzo omonimo (e bestseller) di Enest Cline. Nel film di Spielberg, infatti, non c’è solo una visione distopica della realtà virtuale, come mondo alternativo in cui ormai tutti si rifugiano per scappare dalla realtà, la realtà virtuale è anche generatrice di infinite possibilità, un universo in cui cui la fantasia è andata al potere.

Questa visione bipolare della tecnologia e della realtà virtuale è una delle specificità più interessanti dell’opera di Spielberg, ma oltre a questo l’altro pregio maggiore di Ready Player One è la potenza visiva. Spielberg fa immergere lo spettatore, grazie ad un utilizzo della computer grafica eccellente, in un caleidoscopio di immagini, colori, musica e citazioni della cultura pop degli anni 80. Il livello di citazioni (Ritorno al futuro, Shining, Gundam, i Duran Duran, i coin-op e l’Atari 2600 solo per dirne alcune), e la stratificazione delle stesse, è talmente generalizzato e persistente da farci pensare di essere difronte ad una pellicola che ha la complessità rizomatica di un ipertesto Web, trasposto però in 3D.

La bellezza visiva di Ready Player One, e la sua struttura di action movie, siamo certi che lo faranno apprezzare da subito al grande pubblico, anche a chi non ha i riferimenti culturali per poter cogliere tutti i rimandi del film. Ma proprio questa sua complessità di rimandi e citazioni alla cultura pop, questo suo essere esso stesso un’opera pop, lo fanno diventare già oggi un “instant classic”, un cult che verrà visto e rivisto innumerevoli volte anche da cinefili, critici cinematografici, nerd, tecnologi e videogamer, solo per coglierne tutte le citazioni.