Raccontare l’adolescenza vuol dire giocare facile, tutti si emozionano a trovare e ritrovare quei battiti di cuore e quelle paure. Ma ci sono altre fasi della vita, più difficili da inquadrare e sfuggenti, ma egualmente emozionanti. Come i 25 anni, quando ormai l’adolescenza è scivolata via, con le sue insicurezze, e ha lasciato spazio a personalità più strutturate e a desideri più definiti. Giuseppe Piccioni sembra conoscere bene questo momento di passaggio e ce lo racconta in Questi giorni. In concorso alla 73a Mostra del Cinema di Venezia.

Le quattro ragazze protagoniste del film sono vere nelle loro complessità e nel loro equilibrio precario. Caterina (Marta Gastini), Angela (Laura Adriani), Anna (Caterina Le Caselle) e Liliana (Maria Roveran) – molte brave nella loro interpretazione – sono tutte belle a modo loro, ma la cosa più bella è il loro modo di stare insieme, di prendersi in giro, di ridere e di sostenersi a vicenda, con una confidenza da sorelle. Ma le sorelle non te le scegli, invece le amiche sì, e allora quello che si crea è un rapporto ancora più forte e più vero.

Le note di Piccione sono sempre un po’ tragiche, ma non forzate, e il suo modo di raccontare una storia va dritto al cuore. Forse, in questo caso, più al cuore delle donne che a quello degli uomini, riuscendo ad entrare nell’universo delle protagoniste con molta grazia, ma con un linguaggio tutto femminile.

La poesia del film è accentuata da una musica coinvolgente e dalle sequenze statiche che ci regalano i volti delle ragazze prima del viaggio, congelate nei loro gesti quotidiani. In un contesto che appare universale, grazie ad una provincia che non ha niente di squallido ma racchiude e protegge la vita delle ragazze, pronte però a salire in macchina per raggiungere un luogo fisico, concreto, in cui definirsi e definire la loro vita, la bella e sconosciuta Belgrado.

Il film riesce a non trascurare nessuna delle protagoniste, lasciando ad ognuna di esse la possibilità di diventare la preferita dello spettatore. E non sono da meno i personaggi secondari, dal professor Mariani, Filippo Timi, che tentenna volutamente nella sue reale balbuzie di solito egregiamente camuffata, o nella mamma di Liliana, interpretata da una Margherita Buy emozionante nella sua veridicità, intensa e leggera come solo lei sa essere. E come intenerisce il serbo Milos, tanto che si ha la sensazione di aver conosciuto per davvero uno come lui. Così come sono veri quei percorsi alternativi che si prendono durante un viaggio, momento di possibilità in cui tutto il peso del quotidiano può essere messo da parte. Metafora perfetta del periodo di vita raccontato, in cui sembra che tutto possa accadere, quando ogni possibilità appare a portata di mano, insomma “questi giorni” che poi sono già passato e lasciano posto ai “giorni della prudenza e dell’inverno”, come dice Caterina nel finale del film.