Dopo aver interpretato il ruolo di padre nelle family-comedy Quello che so sull’amore del nostro Gabriele Muccino e Dear Frankie, Gerard Butler si lancia in un’avventura recitativa a tinte più difficili. Quando un padre infatti non è una commedia, ma un dramma familiare. Dane è un cacciatore di teste senza scrupoli. Siamo a Chicago, ma un po’ come un lupo di Wall Street comanda dal suo ufficio una squadra di agenti che strappano o piazzano professionisti specializzati in grandi aziende, a seconda di come tiri il vento del business. Il grande capo, manco a dirlo, è uno squalo attratto esclusivamente dal tintinnio copioso delle sue tasche. Con la faccia acuminata di Willem Dafoe, Ed, in zona prepensionamento, mette in palio un posto da direttore da contendersi tra Dane e la collega Lynn, Alison Brie. Però la sfida tra i due sarà minata dalla grave malattia di Ryan, il figlio maggiore di Dane.

Nella prima parte, carica d’ansia, ci vengono presentate tutte le più comuni problematiche del nostro tempo: disoccupazione, stress da superlavoro, assenza familiare, disparità nelle aspettative sessuali, incomunicabilità, ma soprattutto il cancro. Che in questo caso colpisce uno dei tre piccoli della famiglia. “Io sono chi dico di essere” è una frase del prologo machista del protagonista, uno che a letto con la moglie si paragona a Iron Man perché per 365 giorni all’anno è il vero Babbo Natale che porta i soldi a casa. Un manager spietato che ha perso la bussola dell’umanità, pur conservando un amore familiare spropositato e compresso in una piccola ampolla in fondo all’anima. Verrà sbattuto improvvisamente al tappeto da un male più spietato di qualsiasi businessman, ma nonostante questo dovrà rialzarsi. Il cambio d’atteggiamento di Dane non sconfina mai nel prevedibile o nel caramelloso, anzi, a volte fin troppo duro nonostante le situazioni delicate. Il padre alla resa dei conti con i sentimenti veri, quelli che contano, è un Butler in piena sintonia con il suo personaggio. Rende il film diretto da Mark Williams come una dolorosa finestra melodrammatica per rivedere il senso delle cose. In gioco non sono soltanto le relazioni padre/figlio e marito/moglie, ma anche quella uomo/lavoro. Bilancino per quest’ultimo dualismo non è tanto lo squalo Dafoe ma Alfred Molina, nei panni di un ingegnere disoccupato quasi sessantenne, bonaria nemesi e, suo malgrado, pedina sacrificabile per i fatturati mensili di Dane.

Una sospensione poeticamente urbana la offrono le visite ai grattacieli storici di Chicago con il ragazzo malato, appassionato di architettura. Spunto narrativo quanto visivo che farà da collante con quel padre così indurito dalla vita. Tutto il cast lavora armonicamente per un dramma familiare sostanzioso e adulto. Pur sempre molto hollywoodiano nella sua spolverata di ostentata spettacolarità. Scorrono come montagne russe sussulti ed empatie quando si tratta di palpiti emotivi. Perciò munitevi di fazzoletti. Per questo Come un padre piacerà sicuramente a un pubblico piuttosto maturo, pronto alle emozioni forti e deciso ad affrontare sullo schermo certe piaghe del nostro tempo.